Quel che ho detto alla Leopolda (del 2011)

Stasera, a Otto e mezzo, Matteo Renzi ha ricordato che anche io ho parlato ad una ‘Leopolda’. È vero, e l’ho raccontato anche io, in un mio libro del 2013 (Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, Roma, Minimum fax, 2013) da cui estraggo quanto segue:

«Per qualche tempo, dopo la sua elezione a sindaco di Firenze, è sembrato che Matteo Renzi potesse avere la forza di cambiare il destino della città. Alcuni ingenui hanno pensato che ‘rottamare’ lo stato presente delle cose potesse voler dire anche rompere con lo sciacallaggio del passato, e ricominciare a costruire un futuro diverso.

Io ero tra quegli ingenui: ed è per questo che, nonostante molti segnali negativi, ho accettato l’invito del sindaco a parlare alla Stazione Leopolda, nel novembre 2011.

Quella convention, quintessenzialmente post-politica (tra spezzoni di cartoni animati e di film anni ottanta), era pensata come una sorta di gigantesco brain-storming per il nuovo leader: ciascun oratore aveva cinque minuti per spiegare cosa avrebbe fatto se fosse stato presidente del Consiglio dei ministri. Di fronte a Giorgio Gori (l’ex direttore di Canale 5, allora guru di Renzi) che mi guardava perplesso in piedi in prima fila, io lessi le poche parole che seguono:

Se io fossi presidente del Consiglio, la prima cosa che farei sarebbe rivoluzionare il patto sociale degli italiani.

Oggi, infatti, accanto alla Costituzione (e contro di essa), c’è un accordo non scritto, ma ferreo, che permette a moltissimi italiani di non pagare le tasse. Il «Sole 24 ore» ha stimato questi soldi in 120 miliardi di euro per il 2011. Quando si dice che non ci sono soldi per la salute, la scuola, la magistratura, le forze dell’ordine, non si prende atto di una ineluttabile catastrofe naturale: non è un terremoto, o un’alluvione. No: è una scelta fatta a tavolino, è un tacito patto sociale. Preferiamo lasciare la ricchezza a pochi, e negarla al bilancio pubblico, cioè a tutti.

Con quei 120 miliardi di euro si potrebbero fare molte cose. Da storico dell’arte, io ne prenderei subito, diciamo, 5, per attuare l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione».

Unico paese al mondo, l’Italia ha messo l’arte tra i principi fondamentali della sua Costituzione. E perché l’ha fatto? Non perché sia bella, e non perché sia una leva dello sviluppo economico.

E invece sono state queste le risposte degli ultimi trent’anni. Al coro, elitario e un po’ snob, di chi esaltava la bellezza dell’arte fine a se stessa, ha risposto un ceto politico unito (da Veltroni a Bondi, ma spero non a Matteo Renzi) nel dire che il patrimonio era il petrolio d’Italia, e che dunque serviva a far soldi. Sono stati due tradimenti simmetrici dell’articolo 9: perché entrambi volevano in qualche modo privatizzare il patrimonio di tutti. I miei colleghi snob volevano che quel patrimonio fosse mantenuto da tutti, ma goduto solo da pochi eletti. I politici hanno dato in mano quel patrimonio a poche imprese private, che ci hanno fatto soldi, ma soldi per loro e non per il patrimonio. Il risultato di tutto ciò è una doppia catastrofe: il patrimonio cade letteralmente a pezzi (a Pompei, ma non solo: in quasi ogni centro storico italiano), e si è diffusa l’idea che l’arte sia un lusso per ricchi. Lo scrive il «Giornale» contro chi difende Sant’Ambrogio di Milano da un parcheggio interrato a cinque piani, ma lo dice anche la CGIL toscana a chi cerca di spiegare che si può costruire un capannone industriale senza distruggere un insediamento etrusco.

Ecco, con quei cinque miliardi io vorrei convincere gli italiani che l’arte non è un’industria, non è un luna park e non è il caviale: perché se così fosse la Costituzione non la difenderebbe.

Recuperare, restaurare, rendere accessibile e comunicare (cioè render comune) il patrimonio vuol dire attuare la Costituzione: restituire cioè ai cittadini la sovranità piena su un bene comune che è una parte fondamentale della loro identità. E non penso solo ai musei, che contengono la parte minoritaria e più sana del patrimonio: penso alle chiese, ai palazzi, ai castelli, alle piazze, all’immenso tessuto artistico e storico fuso con l’ambiente che fa dell’Italia un paese unico al mondo. Restituire agli italiani questo patrimonio non vuol dire dar loro un lusso superfluo, vuol dire attuare l’eguaglianza costituzionale e dare loro qualcosa per cui valga la pena vivere, e che sottragga almeno una parte della vita al dominio del denaro e del mercato.

Le maestre della scuola dell’infanzia lo hanno spiegato benissimo a mio figlio Filippo. Ogni animale ha una tana – gli hanno detto –, e anche gli uomini hanno una casa: anzi gli uomini sono i soli che ne hanno di due tipi. C’è la casa di ogni famiglia, o di ogni individuo. Ma poi c’è una casa di tutti. A Firenze, gli hanno spiegato, quella casa si chiama Palazzo Vecchio. È più grande e più bella di tutte le altre case e appartiene proprio a tutti: non importa se sono belli o brutti, poveri o ricchi, colti o ignoranti, maschi o femmine, deboli o forti. E non importa nemmeno se sono nati a Firenze.

Così, quando Filippo (che ha tre anni) passa per Piazza della Signoria, mi dice: «Babbo, Palazzo Vecchio è così bello perché è di tutti». E così, grazie alla scuola (che è una scuola pubblica) Filippo e i suoi compagni (metà dei quali non sono italiani) non imparano solo la lingua italiana fatta di parole: ma imparano anche che in Italia c’è un’altra lingua. Una lingua fatta di palazzi, chiese, quadri e statue che appartengono a tutti. E imparano che quella lingua non serve a divertire i ricchi, ma serve a farci tutti eguali.

E ogni volta che Filippo avrà la tentazione di dimenticarselo, basterà guardare la Torre di Arnolfo, e ricordare: se Palazzo Vecchio è di tutti, è proprio vero che siamo tutti eguali. Perché è a questo che serve la storia dell’arte, è a questo che serve il patrimonio artistico, bene comune.

Un grande fiorentino, Piero Calamandrei, ha scritto che la Costituzione italiana contiene una rivoluzione promessa. Ecco, se fossi presidente del consiglio attuerei davvero l’articolo nove: e quella rivoluzione inizierebbe a realizzarsi.

Fossi stato un poco più scettico, o un po’ meno vanitoso, avrei capito che non dovevo accettare quell’invito. Quel discorso produsse, sì, l’idea numero 63 (intitolata alla «Funzione civile del bello») di quella sorta di embrionale pre-programma di governo che uscì dalla Leopolda. Ma non produsse nient’altro. E, anzi, nelle settimane e nei mesi successivi esso venne contraddetto, sempre più macroscopicamente, dalle idee e dall’azione di Matteo Renzi».

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on Twitter