La moschea di Sesto, quella di Firenze e la miopia di Nardella

Tutti abbiamo avuto simpatia per il compagno svogliato che copiava i compiti in classe da uno più impegnato. Ma un conto è copiare, un conto chiedere all’insegnante di poter scrivere il proprio nome sul tema dell’amichetto: questo non si può fare. Fuor di metafora: Dario Nardella non può nemmeno provare a chiedere alla comunità islamica fiorentina, anzi alla città di Firenze, di accettare che la moschea di Firenze sia quella di Sesto.

Il movente è fin troppo chiaro, e non è affatto onorevole. Prima Matteo Renzi, e poi Nardella hanno remato contro la moschea in ogni modo: dimostrando una totale assenza di visione su ciò che potrebbe, anzi dovrebbe essere, la Firenze del futuro. E anche svelando una scarsa capacità di comprensione dei modelli che pure citano di frequente: a partire da quello di Giorgio La Pira. È chiaro che il sindaco ritiene la moschea non una grande occasione, ma un grande problema. E dunque – come nel caso di aeroporto, inceneritore, discarica – gli viene del tutto naturale pensare di farla nella Piana: il buco nero in cui infilare tutto ciò che serve a Firenze, ma che Firenze non vuole neanche vedere.

Ma stavolta non può funzionare. Il sindaco Lorenzo Falchi è riuscito a compiere un piccolo capolavoro: non solo fare la moschea di Sesto, ma farla in un terreno della Curia arcivescovile. Certo: il cardinale Betori ha venduto l’appezzamento alla comunità musulmana per un prezzo di mercato (settecentomila euro), il che non è esattamente quel che avevo in mente quando proposi che la Curia donasse agli islamici una chiesa sconsacrata e abbandonata. Ma pazienza: nonostante tutto, questo gesto un suo valore simbolico ce l’ha. La moschea nascerà, e con  essa nascerà una biblioteca aperta a tutti, e io spero anche ristoranti, bagni turchi, librerie e tutto quello che può permettere quell’incontro di culture che avviene in moltissimi centri islamici d’Europa. Ma perché questo esperimento funzioni, è necessario che i numeri siano sostenibili, e cioè che si tratti di un luogo frequentato dalla comunità islamica di Sesto, della Piana e semmai della zona contigua di Firenze, non da quella di tutta l’area fiorentina.

Dunque, in un mondo normale il sindaco di Firenze dovrebbe rilanciare la palla, ringraziare Sesto per il modello vincente, e replicarlo, e in grande, all’altro polo della città. E lo dovrebbe fare per la comunità musulmana, per la comunità civile tutta, per rispetto della tradizione altissima della nostra cultura.

Perché il punto è proprio questo: la moschea è anche nostra. Anche di noi cattolici, protestanti, atei, ebrei. Di noi cittadini. Quando diciamo che questa è ‘casa nostra’ (una orribile metafora purtroppo invalsa anche in quella che era la Sinistra) parliamo della casa in cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 della Costituzione). E sarebbe ben triste se Firenze pensasse che, per veder attuato tutto questo, si debba andare a Sesto.

Articolo uscito sulle pagine fiorentine di “Repubblica” il 16 dicembre.

 

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