Nihil Possibile erit vobis

(ANSA/MATTEO BAZZI)

Qualche giorno fa ho reso pubbliche le mie riflessioni sul risultato delle elezioni e sulle prospettive della Sinistra.

La pars destruens è, in sostanza, la seguente. Né Potere al Popolo, né Liberi e Uguali sono il futuro. Potere al Popolo perché non riesce a costruire consenso. Liberi e Uguali perché è (culturalmente e politicamente) un minuscolo Pd pre-renziano, peraltro animato dal desiderio di autoconservazione (andato poi drammaticamente frustrato) di un ceto parlamentare. Poiché in queste ore si moltiplicano le richieste di ricominciare il percorso «del Brancaccio», ho avvertito il dovere di dire pubblicamente ciò che ho detto a molti in privato. E cioè che quel percorso non è, per quanto mi riguarda, riesumabile. Per molte ragioni: tra le quali c’è (buona ultima) anche la mia indisponibilità a collaborare con i politici di professione (absit iniura verbis) che hanno costruito in quel modo la nave di LeU, e poi l’hanno condotta a schiantarsi sugli scogli elettorali.

E il problema non è la sconfitta, naturalmente. Ma l’affidabilità di chi, avendo molte vie di fronte a sé, ha scelto di imboccare consapevolmente la peggiore, perché calcolava di poterne ricavare maggiori benefici per la sopravvivenza del proprio ceto politico.

Una critica dura, certo. Ma vorrei che si ricordasse sempre che le mie sono parole. I destinatari di questi severi giudizi verbali hanno invece fatto, operato, agito. Disponendo di un bene comune (la sinistra e la sua rappresentanza parlamentare) in modo da distruggerlo, azzerarlo. Che l’abbiano fatto in buona fede o no, so che (per quanto riguarda il mio modestissimo, irrilevante giudizio) nessun futuro passa attraverso di loro. Da qui l’invito a lasciare la politica: rivolto ai miei coetanei. Se un medesimo invito fosse stato fatto a D’Alema, Veltroni e a molti altri, e se questi l’avessero accolto, la nostra storia politica sarebbe stata diversa. E non vorrei vedere la mia generazione fare la stessa fine: trasformata da promessa ad ostacolo inamovibile. E sia chiaro, ancora una volta: non lo dico pensando di candidarmi a sostituirli. Non lo farò: ho un lavoro, che non intendo lasciare.

Se torno a scrivere di queste cose, spero per l’ultima volta, è per rispondere a due repliche, quelle di un dirigente e dell’avvocato di Possibile, che potete leggere qui e qui.

Cosa avevo scritto per suscitare una reazione così violenta?

Ecco: «Sulle prime Pippo Civati ha dato la colpa alle liste: definendole tristi, grigie, tutte di ceto politico e piene di gente che cercava una poltrona. Sacrosanto. Ma non dice che fu proprio Possibile, con Paolo Cosseddu, a uscire per primo dal percorso del Brancaccio rivendicando l’autonomia dei partiti (!). E che fu sempre Possibile a imporre quote predeterminate per i delegati all’assemblea: così che nessun margine di reale partecipazione dal basso e da fuori fosse possibile. L’obiettivo era mettere in sicurezza il ceto politico nelle liste: e che poi Civati stesso abbia sbagliato i conti, rimanendo fuori dalla Camera, è un particolare dal sapore grottesco. Non posso non ricordare che quando, a novembre, denunciai tutto questo, l’avvocato di Possibile inviò una diffida al Fatto, che mi aveva intervistato. Ma ora Civati ha avuto almeno la decenza di lasciare la guida di Possibile».

Ebbene, è la verità. E mi dispiace doverci tornare su. Mi dispiace per i militanti di Possibile: che sono fantastici. Ma insomma, ai pochi masochisti interessati ad andare (in tutti i sensi) più a fondo, devo ancora qualche approfondimento.

Come ho scritto moltissime volte, il percorso del Brancaccio era il tentativo (evidentemente molto ingenuo) di costruire un’alleanza tra i partiti della Sinistra e cittadini senza partito. Non c’era nessuna ostilità verso i partiti, anzi: e certo nessuno si aspettava che i partiti si sciogliessero in qualcos’altro. Il progetto era quello di una lista comune: che però non fosse una lista arcobaleno, e cioè non fosse la somma dell’esistente (come poi sarebbe stato invece LeU), ma qualcosa di nuovo. Qualcosa che assomigliasse alla Civica di Padova.

Qualcosa di nuovo, nel linguaggio e nello stile, innanzitutto. E nella dichiarata alternatività al Pd, prima e dopo il voto: un’esigenza che scaturiva da una revisione radicalmente critica della stagione del centro-sinistra. Qualcosa di nuovo in una leadership che volevamo plurale, e scelta dal basso. In un programma che scaturiva da cento assemblee nelle piazze d’Italia. In candidature che immaginavano per almeno il 50% dei posti eleggibili riservate a non-parlamentari, a donne, a persone con meno di quarant’anni.

Il percorso era aperto a tutti. E quando, il 18 giugno al Teatro Brancaccio, Viola Carofalo salì sul palco per impedire a Miguel Gotor di parlare, sia Anna Falcone che il sottoscritto non permisero che quella censura avesse luogo.

Pochi giorni dopo, all’inizio di luglio, Pippo Civati inviava Paolo Cosseddu a dirci che Possibile non era interessato a proseguire in questo percorso: la ragione addotta fu che  un partito serio, strutturato e pesante come Possibile non poteva rimanere in una roba così improvvisata e naïve. Così capii io, che sono un alieno della politica. Ora, leggendo la lettera del compagno avvocato di Possibile, capisco che non avevo capito: Possibile non aveva mai aderito, non è che si sfilava. Sottile distinzione.

Io avevo letto il testo con cui Civati e Fratoianni avevano risposto, a tamburo battente, all’appello di Anna Falcone e mio: « Ci siamo – avevano scritto – per dire che ci sono tutte le condizioni storiche, sociali ed economiche per definire una proposta che stia con i piedi ben piantati nel mondo e in quello che accade». Dunque ci stanno, pensai. Ma, non sapendo il politichese, non avevo evidentemente capito una beneamata. E oggi il compagno avvocato mi spiega: «Possibile non è uscito per primo dal “percorso” del Brancaccio per il semplice motivo che Possibile nel mitologico e immaginario percorso del Brancaccio non è mai entrato. Ripeto, mai entrato». (Poi uno si chiede perché vincono i Cinque Stelle). Evidentemente gli organi di Possibile avevano votato contro l’idea di partecipare al percorso del Brancaccio: come poi votarono per entrare in Liberi e Uguali. Esisterà immagino un verbale: se ne occuperanno gli storici, già vedo la tesi (triennale, beninteso).

Sinistra Italiana prese invece la decisione opposta, e i suoi organi impegnarono il partito a partecipare a questo progetto.

Le strade apparivano divaricate: Civati andò in Piazza Santi Apostoli, all’evento presieduto da Giuliano Pisapia, mentre Nicola Fratoianni, Maurizio Acerbo, Anna Falcone ed io decidemmo di marcare la distanza con un progetto che appariva incompatibile.

Durante l’estate, alle tantissime assemblee ‘del Brancaccio’ alle quali ho partecipato incontravo sempre iscritti a Possibile: il che mi induceva a pensare che ci fosse una oggettiva divaricazione tra base e vertici. O forse anche loro avevano capito che Possibile aderiva al progetto del Brancaccio. Vallo a sapere.

Fu in autunno che le cose precipitarono. La rottura tra Pisapia e Mdp convinse quest’ultimo partito a cercare un percorso comune con Sinistra Italiana. Possibile fu subito disponibile. Fu però presto evidente che questa intesa guardava al collaudato modello arcobaleno, e non alla proposta innovativa del Brancaccio.

Tutto precipitò nei primi dieci giorni di novembre.

Il primo segnale fu la scelta di un leader improbabile, Pietro Grasso. Una scelta fatta a tavolino dai tre segretari, senza alcuna partecipazione della base: base che fu poi chiamata a ratificarla per acclamazione, senza poter scegliere tra candidature alternative. Il secondo, più grave, segnale fu l’esclusione di Rifondazione Comunista: ricordo che quando (nell’unica riunione di segretari cui ho partecipato, l’8 novembre a Palazzo Giustiniani) dissi che per ‘noi del Brancaccio’ era indispensabile che Rifondazione fosse coinvolta, Pippo Civati rispose per primo: dicendo che li riteneva incompatibili col progetto, e ricordando di essere stato pubblicamente attaccato da Rifondazione. Né gli altri furono più aperti.

Il terzo, decisivo, segnale fu il rifiuto di accettare la costituzione di un’assemblea sovrana senza quote prestabilite e dunque senza un controllo preventivo, che decidesse su tutto: leader, criteri delle liste, programmi.  La mia mail a Grasso, Civati, Fratoianni e Speranza del 9 novembre con cui insistevamo su quest’ultimo punto, proponendo un metodo di elezione dei delegati messo a punto da Filippo Miraglia, non ebbe mai risposta.

Il progetto del Brancaccio era morto, nasceva Liberi e Uguali.

Quel che dissi al Fatto, in una intervista pubblicata il 14 novembre, era che la spartizione delle quote dei delegati all’assemblea del 3 dicembre preludeva ovviamente alla spartizione dei posti nelle liste: erano già decisi a priori, e blindati, i rapporti di forza tra i fondatori. Con nessuno spazio per un qualche rinnovamento che non consistesse in candidature cosmetiche di singole personalità ‘civili’, possibilmente costrette in posizioni non eleggibili.

Di fronte alle mie obiezioni, un autorevole interlocutore rispose che era stato proprio Possibile a proporre le quote preventive, a tutela della propria ridotta dimensione. In tutta Italia, d’altra parte, correvano già le quote: e da qualche parte, per esempio a Milano, con effetti particolarmente comici.

Fin qui i fatti, noti a un largo numero di persone. Il succo politico è che io, da una forza come Possibile, mi sarei aspettato tutto il contrario: mi pare che, seguendo questa linea, essa abbia tradito radicalmente le ragioni per cui era nata. Ma, sicuramente, anche qua mi sbaglierò.

Una parola, infine, sul profilo personale della questione.

Il lettore avrà notato che non ho mai espresso giudizi, per non dire rovesciato insulti, sulle persone delle quali ho duramente criticato le decisioni politiche. Non ho mai scritto cosa penso di Pippo Civati, Paolo Cosseddu e del compagno avvocato. E avrà forse anche notato, il lettore, che le due risposte di Possibile sono invece cariche di insulti, insinuazioni, pesanti giudizi, aggettivi rivolti alla mia persona.

Naturalmente tutto ciò mi dispiace molto: per me. E per Possibile. E proprio per questo non replicherò, non scenderò sullo stesso terreno fangoso.

Tengo, invece, a ricordare che fin dall’inizio, fin dalla relazione di apertura del Brancaccio il 18 giugno, ho detto che non mi sarei candidato né alla leadership né al Parlamento.

Sapevo bene di non rappresentare nessuno, di non avere alcun titolo a chiedere nulla: e volevo che fosse chiaro che non mi stavo costruendo un trampolino verso alcunché. Avevo solo scritto e firmato un appello, ed ero lì solo per garantire alle migliaia di persone che avevano aderito, di persona o via web, che lo spirito di quell’appello non sarebbe stato tradito.

Da quando ho preso la parola nel discorso pubblico mi sono stati offerti assessorati comunali e regionali, candidature al Senato e posti in liste di ministri. Ho sempre gentilmente declinato. Perché mi interessa lavorare sulla possibilità di un cittadino ‘semplice’ di partecipare in prima persona alla ‘politica’: senza cambiare la propria vita, ma provando a cambiare quella di tutti.

Ed è per questo che ho documentato, passo passo, questa esperienza, in totale trasparenza, con una lunga serie di post sull’Huffington: irritando così sempre di più i miei interlocutori, che mi consideravano una specie di grillino con la mania dello streaming.

E, sì, ho accettato di far parte della commissione tecnica (composta da professori e funzionari) di riforma del Ministero per i Beni culturali, nominata da Massimo Bray, e per la quale non era previsto nemmeno il rimborso dei biglietti. E ho fatto anche un’altra cosa, sfuggita agli inquisitori di Possibile: ho accettato di far parte anche di una commissione tecnica in senso al Mibact guidato da Dario Franceschini. Sempre da storico dell’arte, e da pubblico ufficiale (in quanto professore all’università). E mi sono dimesso, quando è apparso chiaro che quel lavoro era vano.

Ho accettato di far parte dei comitati scientifici prima di Possibile (che ho lasciato perché nutrivo dubbi sempre più seri su un partito che si identifica con una persona) e poi di Sinistra Italiana: in entrambi i casi, comitati scientifici di non tesserati (mai avuta una tessera politica: non è certo un vanto, è una constatazione) chiamati a dare contributi di idee in sedi aperte. L’ho fatto per la stessa ragione per cui ho accettato di essere presidente di Libertà e Giustizia: per provare a costruire un altro modo di fare politica.

L’avvocato di Possibile chiude la sua risposta in questo simpatico modo: «Tranquillo che non ti quereliamo eh, abbiamo da fare, sai, noi facciamo politica». Se l’alternativa è questa, per favore, querelatemi. Sono disposto a dimostrare in tribunale qual è la verità, se questo è il prezzo da pagare perché voi smettiate di fare politica. Ci guadagniamo tutti.

 

 

 

 

 

 

 

Perché oggi sarò alla manifestazione per Idy Diene

 

Giovedì mattina a scuola di mia figlia si è fatto un minuto di silenzio per Davide Astori. Una cosa bella. Alla fine di quel minuto è successa una cosa ancora più bella. Alcuni ragazzi hanno chiesto all’insegnante perché non si era fatta la stessa cosa per Idy Diene: «la sua morte, anzi il suo assassinio, non ci riguarda di meno», hanno detto. La risposta è stata che l’ordinanza del sindaco Nardella che proclamava il lutto cittadino in concomitanza dei funerali del capitano della Fiorentina invitava le scuole a osservare un minuto di silenzio. Su Diene, nulla: niente ordinanze, niente inviti. Niente lutto cittadino: chiesto da alcune delle opposizioni in Palazzo Vecchio. E negato.

Siamo razzisti? Riformulo. Per noi tutte le morti, e dunque tutte le vite, sono uguali?

La risposta sta sotto i nostri occhi. È stato esattamente venti anni fa che abbiamo scritto nel nostro ordinamento giuridico la possibilità di trattenere i destinatari di provvedimenti di espulsione in campi di concentramento chiamati pudicamente ‘Centri di permanenza temporanea e assistenza’. Lo abbiamo fatto non con la Bossi-Fini, ma con la Turco-Napolitano (a proposito di destra e ‘sinistra’): una decisione che un giurista moderato come Giuliano Amato ha definito «una sfida alla nostra coscienza e alla nostra stessa Costituzione». Riusciamo a convivere con quella decisione perché da qualche parte nella nostra coscienza è ormai scritto che non tutte le vite sono uguali. Non accetteremmo che così fossero trattati degli italiani. Diciamola tutta: dei bianchi. Le vite umane non pesano tutte allo stesso modo: basta guardare l’eco degli attentati dell’Isis, raccontati in modi incomparabilmente diversi a seconda che colpiscano in Occidente o ‘altrove’.

E così, nonostante quello che dice l’omicida, è forte la sensazione che anche la follia di chi decide di sparare al primo che incontra per strada faccia i conti con questo mostruoso ‘senso comune’: per decidere che, in fondo, sparare a un nero è il male minore.

Lo stesso senso comune che ci permette di continuare  a fare serenamente il bagno nello stesso mare in cui affogano migliaia di persone: che evidentemente consideriamo, in fondo, Unpersonen, cioè non-persone. Un senso comune che va chiamato con il suo nome: e il suo terribile nome è ‘indifferenza’.

Per questo sarebbe stato importante proclamare il lutto cittadino anche per Idy Diene. Per questo è stato sconcertante il tweet di Nardella di lunedì scorso, in cui l’omicidio e i danni al decoro urbano erano messi sullo stesso piano, legati da un equivoco «ma».

Quel maledetto decoro urbano in nome del quale il ministro Minniti ha esteso alle città i Daspo dagli stadi, permettendo ai sindaci di allontanare chi, con la sua povertà, turba l’immagine dei nostri centri storici da cartolina.

Ma ‘decoro’ significa fare le cose giuste al momento e nel posto giusti. Oggi a Firenze la cosa giusta è manifestare in piazza, insieme alla comunità senegalese. Per dire che le vite e le morti sono tutte uguali. E che per essere in lutto Firenze non ha bisogno di un’ordinanza.

L’articolo è uscito oggi, 10 marzo 2018, su “Repubblica” di Firenze.