Perché il Movimento 5Stelle non deve governare con la Lega fascista.

Caro direttore,

se davvero finirà con il Movimento 5 Stelle che porta al governo un partito lepenista, allora sarà finita nel peggiore dei modi.

Anche ammesso che la Lega si pieghi ad accettare alcuni punti sacrosanti del contratto di governo proposti dal Movimento (chiusura del folle Tav in Val di Susa; attuazione del referendum sull’acqua pubblica; accoglimento di una significativa parte dei 10 punti fissati dal “Fatto Quotidiano”), questo non cancellerebbe la sua identità. Che è quella di un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato (febbraio 2017): «Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia … via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve». Che pensa che «il fascismo ha fatto tante cose buone» (gennaio 2018). Che vuole «un cittadino su due armato» (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano ad un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata.

D’accordo. Se finisce così è anche colpa di Matteo Renzi, che tiene in ostaggio il suo partito e il Paese, e che ha scommesso tutto proprio su questo esito, sperando nel suicidio morale e politico del Movimento. Ed è anche colpa di Sergio Mattarella, che avrebbe dovuto mettere il Pd di fronte all’alternativa secca tra governo con i 5 Stelle ed elezioni, invece di prospettare la garanzia di un improbabile governo neutrale. E, più profondamente, è colpa di una classe dirigente che, a partire dai primi anni novanta fino all’abisso renziano, ha scientificamente distrutto la Sinistra, fino a ridurla allo stato attuale: macerie senza speranza. Ed è colpa anche mia, e di tutti coloro che, da sinistra, abbiamo dialogato con il Movimento senza riuscire a far capire che il sistema si poteva ribaltare solo garantendo più democrazia, e non già inseguendo sogni autoritari e abbracciando i nuovi fascisti.

È vero, il mondo si è rovesciato. La Lega e il Movimento 5 Stelle hanno in comune la rappresentanza dei più poveri, dei precari e degli sfruttati: mentre Forza Italia e Pd rappresentano chi ha interesse a non cambiare nulla. Ed è per questo che Lega e  Movimento provano a mettere in discussione ciò che va messo in discussione, da questa Europa alla Nato (ammesso che il sistema lo permetta). Ed è vero: il Pd di Minniti sta trattando la più grande questione del nostro tempo, quella delle migrazioni, con metodi e orientamenti che sono già fascisti. Si potrebbe continuare a lungo: per questo milioni di italiani di sinistra hanno votato 5 Stelle, avendo come unica reale alternativa l’astensione (a cui ricorreranno al prossimo giro elettorale).

Tutto questo è drammaticamente vero. Ma la Lega non è la soluzione.

Non lo è perché dove governa non è affatto antisistema, e anzi costruisce un sistema di potere indistinguibile da quello del Pd (si legga, per esempio, il bellissimo Il disobbediente di Andrea Franzoso). Non lo è perché è al guinzaglio di quello che Beppe Grillo chiama lo Psiconano: che sarà il padrino, il socio occulto e il massimo beneficiario di un eventuale governo Salvini-Di Maio. Non lo è perché è un partito che non offre la speranza, come invece fa tra mille contraddizioni il Movimento, ma alimenta invece la paura. Non lo è perché è un partito in cui i militanti di Casa Pound dichiarano di riconoscersi.

Di fronte a questo futuro nero io chiedo: nessuno nel Movimento 5 Stelle ha il coraggio di dire pubblicamente che non è d’accordo? È evidente che la questione della democrazia interna del Movimento non può più essere rinviata: sta succedendo che un gruppo ristretto lo sta portando alla rovina con una scelta che è suicida per le ragioni evidenti che Marco Travaglio si sgola a spiegare da settimane.

Si dice che non c’è alternativa. È un errore: in democrazia c’è sempre un’alternativa, e il moto There Is No Alternative di Margaret Thatcher è stato e resta la pietra tombale su ogni possibile cambiamento in Occidente. Si può rivotare. Si può aspettare ancora e si possono costruire le condizioni per un’evoluzione del Pd. Perché tra il Pd e la Lega c’è una differenza fondamentale: il Pd è diventato quello che è, e fa quello che fa, ribaltando radicalmente la propria stessa ragione di essere. Mentre la Lega è serenamente fedele a se stessa. E dunque mentre si può sperare in una palingenesi di un Pd che accetti di governare con i 5 Stelle, non si può certo aspettarsi nulla del genere dalla Lega.

È una porta stretta: ma nulla, davvero nulla, sarebbe peggio di mettere l’energia pulita del Movimento al servizio di un’idea di Italia che è il contrario esatto della Costituzione.

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere «democratici sempre in allarme». E davvero è il momento di suonare l’allarme. Davvero persone come Roberto Fico, Nicola Morra, Michela Montevecchi, Gianluca Perilli, Margherita Corrado (per non fare che qualche nome) sono disposti a rendersi corresponsabili di una scelta che farà perdere al movimento milioni di voti, consegnandolo alla Destra estrema, e resuscitando dall’altra parte la destra finanzcapitalista di Renzi?  Davvero tutte queste persone oneste e serie, che non sognano certo un’Italia nera con la pistola, tradiranno i loro principi e perderanno la faccia fino a legare per sempre il loro nome a una svolta alla Orban?

La Costituzione dice che, come tutti gli altri parlamentari, anche quelli a 5 stelle non rappresentano il loro movimento, ma la Nazione. E la stragrande maggioranza della Nazione non vuole al governo l’estremismo nero della Lega.

(“Il Fatto Quotidiano”, 16 maggio 2018)

 

 

Se i Cinque Stelle si normalizzano

Continuo a pensare che un governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Pd (un governo il cui presidente, la cui composizione e il cui programma dovrebbero essere l’oggetto di un confronto libero da qualsiasi pregiudiziale) sarebbe il modo migliore di uscire da questa situazione: che è del tutto fisiologica, in un sistema parlamentare, e che solo l’inadeguatezza del nostro ceto politico trasforma in uno ‘stallo’.

Lo penso perché guardo all’aspetto più clamoroso del voto del 4 marzo: quello sociale. In quel voto è tornata la lotta di classe. Senza programmarlo, senza tematizzarlo, senza nemmeno dirlo. Anche se non lo sanno, o non sono interessati a vedersi così, i 5 Stelle e la Lega sono di fatto partiti delle classi subalterne. Votati in massa soprattutto (anche se non solo) dagli ultimi, dai sommersi, da coloro che sono sul filo del galleggiamento (iniziando dai giovani precari, i nuovi schiavi), in un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio di povertà (al Sud quasi uno su due). Mentre il Pd (e anche Liberi e Uguali) e Forza Italia sono stati votati dai salvati, dai relativamente sicuri, dai benestanti. Dunque, la faglia sistema-antisistema è sociale, prima ancora che di opinione, ed è una faglia che spacca in due il Centrodestra. E quando il Pd spinge i 5 Stelle tra le braccia della Lega non obbedisce solo al puerile, irresponsabile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde ad una logica più profonda, quella del blocco sociale che condivide con Forza Italia.

Sperare che questa cristallizzazione si rompa, significa sperare che il Pd possa ritrovare la forza di rappresentare i ceti più deboli: non si tratta di de-renzizzarsi (è solo una misura di necessaria igiene), ma di invertire la rotta rispetto ad un tradimento delle ragioni elementari della sinistra iniziato negli anni Novanta, con la genuflessione a Blair e allo stato delle cose che fu indifferentemente compiuta da un Veltroni e un D’Alema.

È l’ultima chiamata, e se il Pd avvertisse lo strappo dei milioni di suoi elettori che hanno scelto i 5 Stelle potrebbe avere la forza di cambiare. Non sarebbe facile, certo: ma l’alternativa è trasformarsi, culturalmente e numericamente, in una specie di Scelta Civica. Volendoci provare, il terreno del confronto possibile con i 5 Stelle è quello dell’attuazione della Costituzione, a partire dai principi fondamentali: il terreno in cui il Pd potrebbe tentare una palingenesi, e il Movimento rimanere fedele a se stesso.

Se queste sono le speranze, l’osservazione della realtà non spinge all’ottimismo.

Perché l’ansia di Luigi Di Maio di andare al governo rischia di far saltare ai 5 Stelle il fosso verso il sistema: e a tempo di record. Prendiamo la vicenda della guerra: la più cruciale di tutte. Dopo qualche sbandamento, i 5 Stelle hanno usato le stesse parole scelte da Martina: «siamo fedeli all’alleanza atlantica». Che tradotto vuol dire: se Trump ci chiede le basi per una ulteriore azione di guerra, noi le daremo. Alla faccia della Costituzione (art. 11) che si dice di voler attuare.

Dopo mesi di grottesca campagna sulle fake news, culminata nell’idea di un fact checking di Stato affidato a Minniti (!), i 5 Stelle non sanno reagire esercitando e argomentando una critica sulle ‘prove’ esibite dal fronte atlantico e supinamente accettate come tali dalla stampa. I canali della Chiesa cattolica dalla Siria, per esempio, raccontano un’altra verità, riassunta in un tweet del priore di Bose, Enzo Bianchi: «Sono in contatto telefonico con monaci e vescovi ortodossi in Siria. L’attacco degli usa e dei francesi e l’ipocrisia del governo italiano mi rattrista e mi indigna. Menzogne e menzogne per continuare una guerra che vuole umiliare il medio oriente arabo». Non sarà così semplice, e certo la situazione è terribilmente complessa: ma proprio per questo non è possibile acconsentire ad una guerra a scatola chiusa.

Contemporaneamente, Matteo Salvini denuncia la follia delle armi. Collateralismo alla Russia di Putin? Può darsi: ma anche sintonia profonda con la metà del Paese che è convinta che questo sistema, il sistema globale, è insostenibile. Una metà del Paese in cui si trova anche chi ha firmato l’appello della Rete della Pace contro questa guerra: tutta la sinistra (quella sociale, visto il suicidio di quella politica), il mondo cattolico, i sindacati, l’Anpi, Libera, Libertà e Giustizia.

Naturalmente non voglio ‘riabilitare’ la Lega perché oggi è per la pace. Non dimentico la trasformazione della Lega in un partito lepenista, simboleggiata dalla foto in cui Salvini dava la mano al terrorista fascista di Macerata, già candidato con la stessa Lega.

Dico un’altra cosa: e cioè che se il rapporto tra Cinque Stelle e Pd, invece di far cambiare il Pd, facesse cambiare i 5 Stelle, lasciando solo la Lega a rappresentare chi è contro questo orrendo sistema, allora sarebbe un disastro.

 

Articolo uscito sul “Fatto Quotidiano” il 17 aprile 2018.

Nihil Possibile erit vobis

(ANSA/MATTEO BAZZI)

Qualche giorno fa ho reso pubbliche le mie riflessioni sul risultato delle elezioni e sulle prospettive della Sinistra.

La pars destruens è, in sostanza, la seguente. Né Potere al Popolo, né Liberi e Uguali sono il futuro. Potere al Popolo perché non riesce a costruire consenso. Liberi e Uguali perché è (culturalmente e politicamente) un minuscolo Pd pre-renziano, peraltro animato dal desiderio di autoconservazione (andato poi drammaticamente frustrato) di un ceto parlamentare. Poiché in queste ore si moltiplicano le richieste di ricominciare il percorso «del Brancaccio», ho avvertito il dovere di dire pubblicamente ciò che ho detto a molti in privato. E cioè che quel percorso non è, per quanto mi riguarda, riesumabile. Per molte ragioni: tra le quali c’è (buona ultima) anche la mia indisponibilità a collaborare con i politici di professione (absit iniura verbis) che hanno costruito in quel modo la nave di LeU, e poi l’hanno condotta a schiantarsi sugli scogli elettorali.

E il problema non è la sconfitta, naturalmente. Ma l’affidabilità di chi, avendo molte vie di fronte a sé, ha scelto di imboccare consapevolmente la peggiore, perché calcolava di poterne ricavare maggiori benefici per la sopravvivenza del proprio ceto politico.

Una critica dura, certo. Ma vorrei che si ricordasse sempre che le mie sono parole. I destinatari di questi severi giudizi verbali hanno invece fatto, operato, agito. Disponendo di un bene comune (la sinistra e la sua rappresentanza parlamentare) in modo da distruggerlo, azzerarlo. Che l’abbiano fatto in buona fede o no, so che (per quanto riguarda il mio modestissimo, irrilevante giudizio) nessun futuro passa attraverso di loro. Da qui l’invito a lasciare la politica: rivolto ai miei coetanei. Se un medesimo invito fosse stato fatto a D’Alema, Veltroni e a molti altri, e se questi l’avessero accolto, la nostra storia politica sarebbe stata diversa. E non vorrei vedere la mia generazione fare la stessa fine: trasformata da promessa ad ostacolo inamovibile. E sia chiaro, ancora una volta: non lo dico pensando di candidarmi a sostituirli. Non lo farò: ho un lavoro, che non intendo lasciare.

Se torno a scrivere di queste cose, spero per l’ultima volta, è per rispondere a due repliche, quelle di un dirigente e dell’avvocato di Possibile, che potete leggere qui e qui.

Cosa avevo scritto per suscitare una reazione così violenta?

Ecco: «Sulle prime Pippo Civati ha dato la colpa alle liste: definendole tristi, grigie, tutte di ceto politico e piene di gente che cercava una poltrona. Sacrosanto. Ma non dice che fu proprio Possibile, con Paolo Cosseddu, a uscire per primo dal percorso del Brancaccio rivendicando l’autonomia dei partiti (!). E che fu sempre Possibile a imporre quote predeterminate per i delegati all’assemblea: così che nessun margine di reale partecipazione dal basso e da fuori fosse possibile. L’obiettivo era mettere in sicurezza il ceto politico nelle liste: e che poi Civati stesso abbia sbagliato i conti, rimanendo fuori dalla Camera, è un particolare dal sapore grottesco. Non posso non ricordare che quando, a novembre, denunciai tutto questo, l’avvocato di Possibile inviò una diffida al Fatto, che mi aveva intervistato. Ma ora Civati ha avuto almeno la decenza di lasciare la guida di Possibile».

Ebbene, è la verità. E mi dispiace doverci tornare su. Mi dispiace per i militanti di Possibile: che sono fantastici. Ma insomma, ai pochi masochisti interessati ad andare (in tutti i sensi) più a fondo, devo ancora qualche approfondimento.

Come ho scritto moltissime volte, il percorso del Brancaccio era il tentativo (evidentemente molto ingenuo) di costruire un’alleanza tra i partiti della Sinistra e cittadini senza partito. Non c’era nessuna ostilità verso i partiti, anzi: e certo nessuno si aspettava che i partiti si sciogliessero in qualcos’altro. Il progetto era quello di una lista comune: che però non fosse una lista arcobaleno, e cioè non fosse la somma dell’esistente (come poi sarebbe stato invece LeU), ma qualcosa di nuovo. Qualcosa che assomigliasse alla Civica di Padova.

Qualcosa di nuovo, nel linguaggio e nello stile, innanzitutto. E nella dichiarata alternatività al Pd, prima e dopo il voto: un’esigenza che scaturiva da una revisione radicalmente critica della stagione del centro-sinistra. Qualcosa di nuovo in una leadership che volevamo plurale, e scelta dal basso. In un programma che scaturiva da cento assemblee nelle piazze d’Italia. In candidature che immaginavano per almeno il 50% dei posti eleggibili riservate a non-parlamentari, a donne, a persone con meno di quarant’anni.

Il percorso era aperto a tutti. E quando, il 18 giugno al Teatro Brancaccio, Viola Carofalo salì sul palco per impedire a Miguel Gotor di parlare, sia Anna Falcone che il sottoscritto non permisero che quella censura avesse luogo.

Pochi giorni dopo, all’inizio di luglio, Pippo Civati inviava Paolo Cosseddu a dirci che Possibile non era interessato a proseguire in questo percorso: la ragione addotta fu che  un partito serio, strutturato e pesante come Possibile non poteva rimanere in una roba così improvvisata e naïve. Così capii io, che sono un alieno della politica. Ora, leggendo la lettera del compagno avvocato di Possibile, capisco che non avevo capito: Possibile non aveva mai aderito, non è che si sfilava. Sottile distinzione.

Io avevo letto il testo con cui Civati e Fratoianni avevano risposto, a tamburo battente, all’appello di Anna Falcone e mio: « Ci siamo – avevano scritto – per dire che ci sono tutte le condizioni storiche, sociali ed economiche per definire una proposta che stia con i piedi ben piantati nel mondo e in quello che accade». Dunque ci stanno, pensai. Ma, non sapendo il politichese, non avevo evidentemente capito una beneamata. E oggi il compagno avvocato mi spiega: «Possibile non è uscito per primo dal “percorso” del Brancaccio per il semplice motivo che Possibile nel mitologico e immaginario percorso del Brancaccio non è mai entrato. Ripeto, mai entrato». (Poi uno si chiede perché vincono i Cinque Stelle). Evidentemente gli organi di Possibile avevano votato contro l’idea di partecipare al percorso del Brancaccio: come poi votarono per entrare in Liberi e Uguali. Esisterà immagino un verbale: se ne occuperanno gli storici, già vedo la tesi (triennale, beninteso).

Sinistra Italiana prese invece la decisione opposta, e i suoi organi impegnarono il partito a partecipare a questo progetto.

Le strade apparivano divaricate: Civati andò in Piazza Santi Apostoli, all’evento presieduto da Giuliano Pisapia, mentre Nicola Fratoianni, Maurizio Acerbo, Anna Falcone ed io decidemmo di marcare la distanza con un progetto che appariva incompatibile.

Durante l’estate, alle tantissime assemblee ‘del Brancaccio’ alle quali ho partecipato incontravo sempre iscritti a Possibile: il che mi induceva a pensare che ci fosse una oggettiva divaricazione tra base e vertici. O forse anche loro avevano capito che Possibile aderiva al progetto del Brancaccio. Vallo a sapere.

Fu in autunno che le cose precipitarono. La rottura tra Pisapia e Mdp convinse quest’ultimo partito a cercare un percorso comune con Sinistra Italiana. Possibile fu subito disponibile. Fu però presto evidente che questa intesa guardava al collaudato modello arcobaleno, e non alla proposta innovativa del Brancaccio.

Tutto precipitò nei primi dieci giorni di novembre.

Il primo segnale fu la scelta di un leader improbabile, Pietro Grasso. Una scelta fatta a tavolino dai tre segretari, senza alcuna partecipazione della base: base che fu poi chiamata a ratificarla per acclamazione, senza poter scegliere tra candidature alternative. Il secondo, più grave, segnale fu l’esclusione di Rifondazione Comunista: ricordo che quando (nell’unica riunione di segretari cui ho partecipato, l’8 novembre a Palazzo Giustiniani) dissi che per ‘noi del Brancaccio’ era indispensabile che Rifondazione fosse coinvolta, Pippo Civati rispose per primo: dicendo che li riteneva incompatibili col progetto, e ricordando di essere stato pubblicamente attaccato da Rifondazione. Né gli altri furono più aperti.

Il terzo, decisivo, segnale fu il rifiuto di accettare la costituzione di un’assemblea sovrana senza quote prestabilite e dunque senza un controllo preventivo, che decidesse su tutto: leader, criteri delle liste, programmi.  La mia mail a Grasso, Civati, Fratoianni e Speranza del 9 novembre con cui insistevamo su quest’ultimo punto, proponendo un metodo di elezione dei delegati messo a punto da Filippo Miraglia, non ebbe mai risposta.

Il progetto del Brancaccio era morto, nasceva Liberi e Uguali.

Quel che dissi al Fatto, in una intervista pubblicata il 14 novembre, era che la spartizione delle quote dei delegati all’assemblea del 3 dicembre preludeva ovviamente alla spartizione dei posti nelle liste: erano già decisi a priori, e blindati, i rapporti di forza tra i fondatori. Con nessuno spazio per un qualche rinnovamento che non consistesse in candidature cosmetiche di singole personalità ‘civili’, possibilmente costrette in posizioni non eleggibili.

Di fronte alle mie obiezioni, un autorevole interlocutore rispose che era stato proprio Possibile a proporre le quote preventive, a tutela della propria ridotta dimensione. In tutta Italia, d’altra parte, correvano già le quote: e da qualche parte, per esempio a Milano, con effetti particolarmente comici.

Fin qui i fatti, noti a un largo numero di persone. Il succo politico è che io, da una forza come Possibile, mi sarei aspettato tutto il contrario: mi pare che, seguendo questa linea, essa abbia tradito radicalmente le ragioni per cui era nata. Ma, sicuramente, anche qua mi sbaglierò.

Una parola, infine, sul profilo personale della questione.

Il lettore avrà notato che non ho mai espresso giudizi, per non dire rovesciato insulti, sulle persone delle quali ho duramente criticato le decisioni politiche. Non ho mai scritto cosa penso di Pippo Civati, Paolo Cosseddu e del compagno avvocato. E avrà forse anche notato, il lettore, che le due risposte di Possibile sono invece cariche di insulti, insinuazioni, pesanti giudizi, aggettivi rivolti alla mia persona.

Naturalmente tutto ciò mi dispiace molto: per me. E per Possibile. E proprio per questo non replicherò, non scenderò sullo stesso terreno fangoso.

Tengo, invece, a ricordare che fin dall’inizio, fin dalla relazione di apertura del Brancaccio il 18 giugno, ho detto che non mi sarei candidato né alla leadership né al Parlamento.

Sapevo bene di non rappresentare nessuno, di non avere alcun titolo a chiedere nulla: e volevo che fosse chiaro che non mi stavo costruendo un trampolino verso alcunché. Avevo solo scritto e firmato un appello, ed ero lì solo per garantire alle migliaia di persone che avevano aderito, di persona o via web, che lo spirito di quell’appello non sarebbe stato tradito.

Da quando ho preso la parola nel discorso pubblico mi sono stati offerti assessorati comunali e regionali, candidature al Senato e posti in liste di ministri. Ho sempre gentilmente declinato. Perché mi interessa lavorare sulla possibilità di un cittadino ‘semplice’ di partecipare in prima persona alla ‘politica’: senza cambiare la propria vita, ma provando a cambiare quella di tutti.

Ed è per questo che ho documentato, passo passo, questa esperienza, in totale trasparenza, con una lunga serie di post sull’Huffington: irritando così sempre di più i miei interlocutori, che mi consideravano una specie di grillino con la mania dello streaming.

E, sì, ho accettato di far parte della commissione tecnica (composta da professori e funzionari) di riforma del Ministero per i Beni culturali, nominata da Massimo Bray, e per la quale non era previsto nemmeno il rimborso dei biglietti. E ho fatto anche un’altra cosa, sfuggita agli inquisitori di Possibile: ho accettato di far parte anche di una commissione tecnica in senso al Mibact guidato da Dario Franceschini. Sempre da storico dell’arte, e da pubblico ufficiale (in quanto professore all’università). E mi sono dimesso, quando è apparso chiaro che quel lavoro era vano.

Ho accettato di far parte dei comitati scientifici prima di Possibile (che ho lasciato perché nutrivo dubbi sempre più seri su un partito che si identifica con una persona) e poi di Sinistra Italiana: in entrambi i casi, comitati scientifici di non tesserati (mai avuta una tessera politica: non è certo un vanto, è una constatazione) chiamati a dare contributi di idee in sedi aperte. L’ho fatto per la stessa ragione per cui ho accettato di essere presidente di Libertà e Giustizia: per provare a costruire un altro modo di fare politica.

L’avvocato di Possibile chiude la sua risposta in questo simpatico modo: «Tranquillo che non ti quereliamo eh, abbiamo da fare, sai, noi facciamo politica». Se l’alternativa è questa, per favore, querelatemi. Sono disposto a dimostrare in tribunale qual è la verità, se questo è il prezzo da pagare perché voi smettiate di fare politica. Ci guadagniamo tutti.

 

 

 

 

 

 

 

Perché oggi sarò alla manifestazione per Idy Diene

 

Giovedì mattina a scuola di mia figlia si è fatto un minuto di silenzio per Davide Astori. Una cosa bella. Alla fine di quel minuto è successa una cosa ancora più bella. Alcuni ragazzi hanno chiesto all’insegnante perché non si era fatta la stessa cosa per Idy Diene: «la sua morte, anzi il suo assassinio, non ci riguarda di meno», hanno detto. La risposta è stata che l’ordinanza del sindaco Nardella che proclamava il lutto cittadino in concomitanza dei funerali del capitano della Fiorentina invitava le scuole a osservare un minuto di silenzio. Su Diene, nulla: niente ordinanze, niente inviti. Niente lutto cittadino: chiesto da alcune delle opposizioni in Palazzo Vecchio. E negato.

Siamo razzisti? Riformulo. Per noi tutte le morti, e dunque tutte le vite, sono uguali?

La risposta sta sotto i nostri occhi. È stato esattamente venti anni fa che abbiamo scritto nel nostro ordinamento giuridico la possibilità di trattenere i destinatari di provvedimenti di espulsione in campi di concentramento chiamati pudicamente ‘Centri di permanenza temporanea e assistenza’. Lo abbiamo fatto non con la Bossi-Fini, ma con la Turco-Napolitano (a proposito di destra e ‘sinistra’): una decisione che un giurista moderato come Giuliano Amato ha definito «una sfida alla nostra coscienza e alla nostra stessa Costituzione». Riusciamo a convivere con quella decisione perché da qualche parte nella nostra coscienza è ormai scritto che non tutte le vite sono uguali. Non accetteremmo che così fossero trattati degli italiani. Diciamola tutta: dei bianchi. Le vite umane non pesano tutte allo stesso modo: basta guardare l’eco degli attentati dell’Isis, raccontati in modi incomparabilmente diversi a seconda che colpiscano in Occidente o ‘altrove’.

E così, nonostante quello che dice l’omicida, è forte la sensazione che anche la follia di chi decide di sparare al primo che incontra per strada faccia i conti con questo mostruoso ‘senso comune’: per decidere che, in fondo, sparare a un nero è il male minore.

Lo stesso senso comune che ci permette di continuare  a fare serenamente il bagno nello stesso mare in cui affogano migliaia di persone: che evidentemente consideriamo, in fondo, Unpersonen, cioè non-persone. Un senso comune che va chiamato con il suo nome: e il suo terribile nome è ‘indifferenza’.

Per questo sarebbe stato importante proclamare il lutto cittadino anche per Idy Diene. Per questo è stato sconcertante il tweet di Nardella di lunedì scorso, in cui l’omicidio e i danni al decoro urbano erano messi sullo stesso piano, legati da un equivoco «ma».

Quel maledetto decoro urbano in nome del quale il ministro Minniti ha esteso alle città i Daspo dagli stadi, permettendo ai sindaci di allontanare chi, con la sua povertà, turba l’immagine dei nostri centri storici da cartolina.

Ma ‘decoro’ significa fare le cose giuste al momento e nel posto giusti. Oggi a Firenze la cosa giusta è manifestare in piazza, insieme alla comunità senegalese. Per dire che le vite e le morti sono tutte uguali. E che per essere in lutto Firenze non ha bisogno di un’ordinanza.

L’articolo è uscito oggi, 10 marzo 2018, su “Repubblica” di Firenze.

Articolo 9

Ecco l’anticipazione del mio libro sull’articolo 9 (nella serie dedicata da Carocci ai dodici principi fondamentali della Costituzione, nel settantesimo anniversario) uscita oggi su Fatto Quotidiano.

Se proviamo a tracciare una storia dell’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione dobbiamo riconoscere che il primo momento – quello della difficilissima sfida della ricostruzione postbellica del patrimonio culturale – rappresenta il punto più alto di una curva poi sempre in discesa. Una curva che non tornò a riprendersi nemmeno con l’infelice nascita del Ministero per i Beni Culturali (1975), che poi iniziò a precipitare con le privatizzazioni neoliberiste dei primi anni novanta, e che si è quindi definitivamente inabissata con le ‘riforme’ del ministro Dario Franceschini (2014-16).

In questa lunga storia di non-attuazione si possono distinguere due diverse fasi.

La prima (che arriva fino alla metà degli anni ottanta) è una storia di omissioni: una storia in cui la Repubblica non ha promosso abbastanza lo sviluppo della cultura e la ricerca, e non ha tutelato a sufficienza il patrimonio storico e artistico, a causa della superficialità di una classe dirigente incapace di comprendere il significato strategico (sul piano culturale e civile, ma anche su quello economico) di tutto questo, e dunque incapace di stanziare le risorse necessarie.

Nella seconda fase (quella che dagli anni ottanta arriva fino a noi) è lo Stato stesso ad entrare in crisi: anzi, ad essere progressivamente smantellato, prima teoricamente e poi di fatto. Paradossalmente, il ritardo culturale della classe politica italiana ha preservato a lungo il patrimonio culturale dalle conseguenze dello smontaggio neoliberista dello Stato: ma questa involontaria quanto provvidenziale franchigia è progressivamente venuta meno con l’inizio del nuovo secolo. Di fatto, l’ultimo quindicennio ha visto un precipitoso allineamento dei beni culturali a ciò che era già successo in altri settori chiave del ‘pubblico’ (si pensi alla sanità, o all’università): fino ad una fase estrema e recentissima in cui, di fatto, si è messo in discussione il significato stesso di parole come «cultura» o «tutela».
In quest’ultima, drammatica fase è forse possibile distinguere due segmenti diversi.

Il primo, caratterizzato dai governi di Silvio Berlusconi, ha eroso il secondo comma dell’articolo 9 minacciando soprattutto l’integrità della porzione pubblica del patrimonio storico e artistico della nazione, dando così una spallata pressoché letale all’esercizio della tutela, attraverso il taglio della metà (un miliardo di euro) del bilancio del Ministero per i Beni culturali ‘guidato’ da Sandro Bondi (era l’estate del 2008), di fatto mettendolo «in liquidazione» (Settis). Il secondo, caratterizzato dai governi di centro-sinistra e da ministri per i Beni culturali come Walter Veltroni e Dario Franceschini, ha realizzato la dismissione del patrimonio pubblico avviata dal centrodestra, e se ha recuperato qualche punto nei finanziamenti della tutela, ha però messo sotto attacco il primo comma dell’articolo 9, interpretando lo «sviluppo della cultura» come pura valorizzazione economica, minando le ragioni stesse della tutela e l’indipendenza di questa ultima dalla politica. Tra i due segmenti non c’è alcuna soluzione di continuità, ma anzi un crescendo di impegno per sradicare di fatto l’articolo 9 dall’impianto dei principi fondamentali del nostro progetto di Paese.

Prendiamo il nucleo concettuale delle politiche berlusconiane sul patrimonio: la sua alienazione. Dopo una serie di tappe di avvicinamento, peraltro tutte dovute a governi di centro-sinistra, l’apice della privatizzazione del patrimonio si toccò, grazie a Giulio Tremonti, con «la costituzione, nel 2002, della Patrimonio dello Stato spa, una società per azioni che, almeno teoricamente, avrebbe potuto gestire e alienare qualunque bene della proprietà pubblica» (Mattei, Reviglio, Rodotà). Ovviamente questa specie di escalation della privatizzazione colpì e travolse anche la parte più importante del patrimonio dello Stato, il «paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione»: e di fronte all’enormità dell’attacco, si risvegliò un’opinione pubblica non ancora del tutto franta. Il libro Italia spa di Salvatore Settis – che uscì proprio nel 2002, conquistando subito un ruolo guida – aprì gli occhi agli scettici e agli increduli, dimostrando con numeri e fatti che «il patrimonio culturale italiano non è mai stato tanto minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre e invasioni: perché oggi la minaccia viene dall’interno dello Stato, le cannonate dalle pagine della Gazzetta Ufficiale».

Anche grazie a quella resistenza, il progetto megalomane della Patrimonio dello Stato spa si arenò: ma solo per realizzarsi, di fatto, passo a passo. Oggi una fitta legislazione creata in gran parte dai governi di Centrosinistra consegna ai manuali di storia del diritto le differenze tra beni disponibili, beni indisponibili e demanio inalienabile dello Stato, e cancella l’idea stessa di un demanio inteso come una riserva inattingibile rivolta al futuro e finalizzata all’attuazione dei diritti fondamentali dei cittadini: tutto è, nei fatti, alienabile, tutto è anzi potenzialmente già in vendita, e le differenze di stato giuridico tra i beni comportano solo trafile burocratiche differenti. Così l’incubo della Patrimonio dello Stato spa si è di fatto avverato, anche se nella forma di uno stillicidio. […]

Negli ultimi anni l’insofferenza della politica italiana verso il sapere scientifico e tecnico appare crescente: tanto che nel discorso pubblico degli ultimi anni la contrapposizione tra le competenze della Repubblica e quelle gli enti locali è stata rappresentata come una contrapposizione tra una burocrazia non legittimata democraticamente (le soprintendenze) e le amministrazioni che hanno ottenuto il consenso popolare (innanzitutto i sindaci eletti direttamente). Questa insofferenza verso le magistrature repubblicane chiamate a difendere la publica utilitas contro l’arbitrio degli interessi privati è cresciuta a destra, ma è stata infine ‘sdoganata’ dal Matteo Renzi sindaco di Firenze, che arrivò a scrivere che «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia». La convergenza politica sul progetto di eliminare l’articolazione concreta della ‘tutela’ imposta dal secondo comma dell’articolo 9 è stata plasticamente chiarita agli italiani durante una nota trasmissione televisiva televisiva («Porta a Porta» del 16 novembre 2016): qua, dialogando amabilmente con il segretario della Lega Matteo Salvini, l’allora ministra per le Riforme istituzionali Maria Elena Boschi candidamente ammetteva: «io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo». […]

Il «terribile diritto» della proprietà privata ha infine piegato l’interesse pubblico: l’eclissi dell’articolo 9 è oggi al suo culmine, e la formula del ‘silenzio assenso’ non è soltanto un escamotage giuridico procedurale, ma una traduzione simbolicamente efficace di ciò che il potere politico si aspetta oggi dai tecnici della tutela: un tacito consenso.

La moschea di Sesto, quella di Firenze e la miopia di Nardella

Tutti abbiamo avuto simpatia per il compagno svogliato che copiava i compiti in classe da uno più impegnato. Ma un conto è copiare, un conto chiedere all’insegnante di poter scrivere il proprio nome sul tema dell’amichetto: questo non si può fare. Fuor di metafora: Dario Nardella non può nemmeno provare a chiedere alla comunità islamica fiorentina, anzi alla città di Firenze, di accettare che la moschea di Firenze sia quella di Sesto.

Il movente è fin troppo chiaro, e non è affatto onorevole. Prima Matteo Renzi, e poi Nardella hanno remato contro la moschea in ogni modo: dimostrando una totale assenza di visione su ciò che potrebbe, anzi dovrebbe essere, la Firenze del futuro. E anche svelando una scarsa capacità di comprensione dei modelli che pure citano di frequente: a partire da quello di Giorgio La Pira. È chiaro che il sindaco ritiene la moschea non una grande occasione, ma un grande problema. E dunque – come nel caso di aeroporto, inceneritore, discarica – gli viene del tutto naturale pensare di farla nella Piana: il buco nero in cui infilare tutto ciò che serve a Firenze, ma che Firenze non vuole neanche vedere.

Ma stavolta non può funzionare. Il sindaco Lorenzo Falchi è riuscito a compiere un piccolo capolavoro: non solo fare la moschea di Sesto, ma farla in un terreno della Curia arcivescovile. Certo: il cardinale Betori ha venduto l’appezzamento alla comunità musulmana per un prezzo di mercato (settecentomila euro), il che non è esattamente quel che avevo in mente quando proposi che la Curia donasse agli islamici una chiesa sconsacrata e abbandonata. Ma pazienza: nonostante tutto, questo gesto un suo valore simbolico ce l’ha. La moschea nascerà, e con  essa nascerà una biblioteca aperta a tutti, e io spero anche ristoranti, bagni turchi, librerie e tutto quello che può permettere quell’incontro di culture che avviene in moltissimi centri islamici d’Europa. Ma perché questo esperimento funzioni, è necessario che i numeri siano sostenibili, e cioè che si tratti di un luogo frequentato dalla comunità islamica di Sesto, della Piana e semmai della zona contigua di Firenze, non da quella di tutta l’area fiorentina.

Dunque, in un mondo normale il sindaco di Firenze dovrebbe rilanciare la palla, ringraziare Sesto per il modello vincente, e replicarlo, e in grande, all’altro polo della città. E lo dovrebbe fare per la comunità musulmana, per la comunità civile tutta, per rispetto della tradizione altissima della nostra cultura.

Perché il punto è proprio questo: la moschea è anche nostra. Anche di noi cattolici, protestanti, atei, ebrei. Di noi cittadini. Quando diciamo che questa è ‘casa nostra’ (una orribile metafora purtroppo invalsa anche in quella che era la Sinistra) parliamo della casa in cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 della Costituzione). E sarebbe ben triste se Firenze pensasse che, per veder attuato tutto questo, si debba andare a Sesto.

Articolo uscito sulle pagine fiorentine di “Repubblica” il 16 dicembre.

 

Quel che ho detto alla Leopolda (del 2011)

Stasera, a Otto e mezzo, Matteo Renzi ha ricordato che anche io ho parlato ad una ‘Leopolda’. È vero, e l’ho raccontato anche io, in un mio libro del 2013 (Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, Roma, Minimum fax, 2013) da cui estraggo quanto segue:

«Per qualche tempo, dopo la sua elezione a sindaco di Firenze, è sembrato che Matteo Renzi potesse avere la forza di cambiare il destino della città. Alcuni ingenui hanno pensato che ‘rottamare’ lo stato presente delle cose potesse voler dire anche rompere con lo sciacallaggio del passato, e ricominciare a costruire un futuro diverso.

Io ero tra quegli ingenui: ed è per questo che, nonostante molti segnali negativi, ho accettato l’invito del sindaco a parlare alla Stazione Leopolda, nel novembre 2011.

Quella convention, quintessenzialmente post-politica (tra spezzoni di cartoni animati e di film anni ottanta), era pensata come una sorta di gigantesco brain-storming per il nuovo leader: ciascun oratore aveva cinque minuti per spiegare cosa avrebbe fatto se fosse stato presidente del Consiglio dei ministri. Di fronte a Giorgio Gori (l’ex direttore di Canale 5, allora guru di Renzi) che mi guardava perplesso in piedi in prima fila, io lessi le poche parole che seguono:

Se io fossi presidente del Consiglio, la prima cosa che farei sarebbe rivoluzionare il patto sociale degli italiani.

Oggi, infatti, accanto alla Costituzione (e contro di essa), c’è un accordo non scritto, ma ferreo, che permette a moltissimi italiani di non pagare le tasse. Il «Sole 24 ore» ha stimato questi soldi in 120 miliardi di euro per il 2011. Quando si dice che non ci sono soldi per la salute, la scuola, la magistratura, le forze dell’ordine, non si prende atto di una ineluttabile catastrofe naturale: non è un terremoto, o un’alluvione. No: è una scelta fatta a tavolino, è un tacito patto sociale. Preferiamo lasciare la ricchezza a pochi, e negarla al bilancio pubblico, cioè a tutti.

Con quei 120 miliardi di euro si potrebbero fare molte cose. Da storico dell’arte, io ne prenderei subito, diciamo, 5, per attuare l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione».

Unico paese al mondo, l’Italia ha messo l’arte tra i principi fondamentali della sua Costituzione. E perché l’ha fatto? Non perché sia bella, e non perché sia una leva dello sviluppo economico.

E invece sono state queste le risposte degli ultimi trent’anni. Al coro, elitario e un po’ snob, di chi esaltava la bellezza dell’arte fine a se stessa, ha risposto un ceto politico unito (da Veltroni a Bondi, ma spero non a Matteo Renzi) nel dire che il patrimonio era il petrolio d’Italia, e che dunque serviva a far soldi. Sono stati due tradimenti simmetrici dell’articolo 9: perché entrambi volevano in qualche modo privatizzare il patrimonio di tutti. I miei colleghi snob volevano che quel patrimonio fosse mantenuto da tutti, ma goduto solo da pochi eletti. I politici hanno dato in mano quel patrimonio a poche imprese private, che ci hanno fatto soldi, ma soldi per loro e non per il patrimonio. Il risultato di tutto ciò è una doppia catastrofe: il patrimonio cade letteralmente a pezzi (a Pompei, ma non solo: in quasi ogni centro storico italiano), e si è diffusa l’idea che l’arte sia un lusso per ricchi. Lo scrive il «Giornale» contro chi difende Sant’Ambrogio di Milano da un parcheggio interrato a cinque piani, ma lo dice anche la CGIL toscana a chi cerca di spiegare che si può costruire un capannone industriale senza distruggere un insediamento etrusco.

Ecco, con quei cinque miliardi io vorrei convincere gli italiani che l’arte non è un’industria, non è un luna park e non è il caviale: perché se così fosse la Costituzione non la difenderebbe.

Recuperare, restaurare, rendere accessibile e comunicare (cioè render comune) il patrimonio vuol dire attuare la Costituzione: restituire cioè ai cittadini la sovranità piena su un bene comune che è una parte fondamentale della loro identità. E non penso solo ai musei, che contengono la parte minoritaria e più sana del patrimonio: penso alle chiese, ai palazzi, ai castelli, alle piazze, all’immenso tessuto artistico e storico fuso con l’ambiente che fa dell’Italia un paese unico al mondo. Restituire agli italiani questo patrimonio non vuol dire dar loro un lusso superfluo, vuol dire attuare l’eguaglianza costituzionale e dare loro qualcosa per cui valga la pena vivere, e che sottragga almeno una parte della vita al dominio del denaro e del mercato.

Le maestre della scuola dell’infanzia lo hanno spiegato benissimo a mio figlio Filippo. Ogni animale ha una tana – gli hanno detto –, e anche gli uomini hanno una casa: anzi gli uomini sono i soli che ne hanno di due tipi. C’è la casa di ogni famiglia, o di ogni individuo. Ma poi c’è una casa di tutti. A Firenze, gli hanno spiegato, quella casa si chiama Palazzo Vecchio. È più grande e più bella di tutte le altre case e appartiene proprio a tutti: non importa se sono belli o brutti, poveri o ricchi, colti o ignoranti, maschi o femmine, deboli o forti. E non importa nemmeno se sono nati a Firenze.

Così, quando Filippo (che ha tre anni) passa per Piazza della Signoria, mi dice: «Babbo, Palazzo Vecchio è così bello perché è di tutti». E così, grazie alla scuola (che è una scuola pubblica) Filippo e i suoi compagni (metà dei quali non sono italiani) non imparano solo la lingua italiana fatta di parole: ma imparano anche che in Italia c’è un’altra lingua. Una lingua fatta di palazzi, chiese, quadri e statue che appartengono a tutti. E imparano che quella lingua non serve a divertire i ricchi, ma serve a farci tutti eguali.

E ogni volta che Filippo avrà la tentazione di dimenticarselo, basterà guardare la Torre di Arnolfo, e ricordare: se Palazzo Vecchio è di tutti, è proprio vero che siamo tutti eguali. Perché è a questo che serve la storia dell’arte, è a questo che serve il patrimonio artistico, bene comune.

Un grande fiorentino, Piero Calamandrei, ha scritto che la Costituzione italiana contiene una rivoluzione promessa. Ecco, se fossi presidente del consiglio attuerei davvero l’articolo nove: e quella rivoluzione inizierebbe a realizzarsi.

Fossi stato un poco più scettico, o un po’ meno vanitoso, avrei capito che non dovevo accettare quell’invito. Quel discorso produsse, sì, l’idea numero 63 (intitolata alla «Funzione civile del bello») di quella sorta di embrionale pre-programma di governo che uscì dalla Leopolda. Ma non produsse nient’altro. E, anzi, nelle settimane e nei mesi successivi esso venne contraddetto, sempre più macroscopicamente, dalle idee e dall’azione di Matteo Renzi».

Sinistra: la differenza tra l’unione del vecchio e la nascita del nuovo

 

In un’intervista al Venerdì di ieri Maurizio Landini ha detto la cosa fondamentale, sulla sinistra italiana: «il problema non è mettere insieme cose che già ci sono, ma innescare un nuovo processo».

Era l’idea del percorso del Brancaccio: un’alleanza tra i partiti (che ci vogliono, eccome: e anzi, che diventano un problema quando sono piccoli e deboli) e i cittadini. I cittadini attivi di Sinistra, impegnati in mille lotte particolari, per il territorio, l’ambiente, l’eguaglianza, ma ormai molto disillusi circa la rappresentanza politica, e spesso rassegnati all’astensione elettorale.

Non sorprendentemente, quel percorso alla fine si è arenato sul modo in cui tenere insieme partiti e cittadini non iscritti ai partiti. Perché i partiti non si fidano l’uno dell’altro: e tutti insieme temono che la partecipazione di cittadini non iscritti possa far perdere loro il controllo della assemblea che uscirà dal percorso. La grande assemblea nazionale che dovrebbe decidere davvero sulla leadership (già scelta dai partiti, sebbene scelta fuori dai partiti…), sul programma, sui cruciali criteri per la formazione delle liste, sui garanti e sui comitati etici.

Quella assemblea è già stata annunciata dai partiti per il 3 dicembre, senza tuttavia che fosse annunciato il percorso attraverso il quale sarebbe stata formata.

È per questo che Anna Falcone ed io non abbiamo potuto firmarne la convocazione: non sappiamo se quel percorso sarà davvero aperto, democratico, fuori dal controllo dei vertici dei partiti.

Oggi sui social sono iniziate a filtrare bozze di regolamento: non so dire se corrispondano all’ultima versione, che sarà annunciata dopo l’approvazione da parte dei singoli partiti. La bozza che ho letto prevede che in ogni assemblea provinciale, la presidenza (composta dai promotori, cioè dai tre partiti) proponga una lista bloccata, e che si voti senza preferenze. Curioso per forze che si oppongono con forza (e con quanta ragione!) al Rosatellum e al parlamento di nominati.

La domanda è: come si formano quelle liste bloccate e decise dai vertici? La risposta che sta su tutte le bocche (una risposta ovvia, peraltro) è che le liste delle presidenze saranno composte da designati dei tre partiti, secondo una proporzione stabilita a Roma. Vero, falso? Lo capiremo molto presto, vedendo quelle liste.

Nel frattempo, gli indizi si moltiplicano: per esempio, il coordinatore di Milano in Comune, che ha organizzato insieme ad altri le assemblee del Brancaccio a Milano, si è visto offrire prima il 20% e poi il 30% dei posti nella lista unitaria e bloccata della provincia di Milano. E lo ha scritto su facebook, dicendo – giustamente – che il Brancaccio non è una componente, ma un percorso (molto diverso da questo): e che dunque declinava la gentile offerta.

Lo stesso regolamento prevede che se per caso il 10% dei partecipanti ad una assemblea vuole fare un’altra lista, allora i nomi della seconda lista si aggiungono a quelli della prima e si vota a scrutinio segreto, finalmente potendo esprimere anche due preferenze a testa.

Una scelta che dice una cosa curiosa: che un tasso più elevato di democrazia è solo a richiesta. E soprattutto una scelta che nega il confronto, e la conta, tra due liste diverse.

E questo è per me l’ostacolo principale.

Perché se noi vogliamo riportare alla politica e al voto i cittadini di sinistra che si impegnano nelle mille lotte quotidiane, dobbiamo far sì che quei cittadini contino. Ma davvero. Cioè che possano davvero incidere sulle decisioni. Che le loro lotte trovino rappresentanza: anche quando sono lotte trascurate, o peggio avversate, dai partiti con cui si stanno alleando.

Questa contraddizione, assai frequente, non va nascosta, o taciuta. Va anzi affrontata, e risolta.

Faccio un esempio concreto. In Toscana Mdp è al governo della Regione, con il Pd. Sinistra Italiana, invece, è all’opposizione. I due partiti, che si avversano su tutto, ora si metteranno d’accordo, e nella lista unitaria delle presidenze delle assemblee toscane i loro candidati saranno fianco a fianco. Una contraddizione che la politica professionale ricompone (non senza fatica, ma credo giustamente), nell’interesse di un progetto nazionale unitario. Benissimo. Quel che non è però pensabile è che i cittadini dei comitati contro l’aeroporto e l’inceneritore di Firenze o contro la Tirrenica, finiscano in una stessa lista con Enrico Rossi (presidente della Toscana, Mdp), che ha voluto e difende quelle opere. Si può dir loro che si deve stare tutti insieme: ma non se impediamo di contare, sui territori, le forze rispettive. Dal mio punto di vista, questo confronto ‘costringerebbe’ da una parte la politica professionale alla difesa dell’interesse vero dei cittadini, e dall’altra costringerebbe i cittadini ad accettare i compromessi necessari a costruire una rappresentanza politica efficace. I compromessi necessari: però, e solo quelli. E la lista unica costruita per quote non lo è affatto.

Vorrei dire al mio amico Giovanni Paglia – un deputato che vorrei veder rieletto per altri cento mandati, per quanto bene lo ha fatto – che questo è tutto il contrario della «distinzione tra civici e partiti». Nell’esempio fiorentino, per dire, credo che il sindaco di Sesto Fiorentino, che lotta con i suoi concittadini contro le grandi opere che devastano il territorio, troverebbe naturale candidarsi (come me, del resto) nella lista contro le grandi opere: in una naturale alleanza, in una sanissima mescolanza, tra civici e partiti. Una mescolanza guidata dalle cose, dalle battaglie: e non dalle apparteneneze. Esattamente quello che impediscono le liste bloccate ‘della presidenza’.

In conclusione, e davvero senza alcuna polemica, non c’è assolutamente niente di male nell’unire ciò che esiste. Nulla di male in una alleanza tra partiti. Nulla di male nei partiti: senza i quali la Costituzione non funziona.

L’ho detto al Brancaccio e lo ridico: siamo tutti gratissimi ai partiti che svolgono bene il loro ruolo. E io in particolare sono gratissimo a Sinistra Italiana, al cui congresso fondativo ho partecipato, da ospite entusiasta.
Quel che non funziona è raccontare una cosa, e farne un’altra. Quella del 3 dicembre si annuncia come l’assemblea generativa di una lista di tre partiti. È una bellissima notizia, e molti di noi la voteranno. Ma non diciamo che è un’altra cosa: non c’è nulla di civico, nulla che vada oltre quella alleanza.

Io credo che sarebbe anche una gigantesca occasione perduta. Ma senza ripensamenti da parte di chi ha deciso da solo, finirà proprio così.

 

Un autunno cruciale per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata

L’articolo 10 della Costituzione prescrive che gli stranieri che non possono esercitare le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana» hanno diritto ad essere accolti nel nostro Paese, in quanto “persone” titolari, ai sensi del nostro art. 2 Cost., di diritti inviolabili a prescindere dalla loro nazionalità o Paese di provenienza. Non è un vaga, utopica aspirazione, ma il cuore del progetto della nostra Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (non solo dei cittadini italiani), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. È per questo che in Italia esiste un «diritto costituzionalmente garantito» all’asilo: non si può decidere se applicare o meno questa norma, dobbiamo chiederne noi l’attuazione, insieme a quella di tutti i principi che qualificano la nostra democrazia, e che ad oggi restano in gran parte inattuati.

Eppure, in queste drammatiche settimane estive, lo Stato italiano – attraverso il suo governo, e segnatamente il suo ministro dell’Interno – non solo non ha attuato questo principio fondamentale, ma ha decisivamente scoraggiato le organizzazioni non governative che soccorrevano in mare i migranti, e ha preso accordi con le autorità di Paesi in cui non sono garantite le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», affinché i loro cittadini e i migranti che ne attraversino i territori non possano fuggirne: cioè non possano aspirare, come noi tutti, a una vita libera e dignitosa.

Siamo di fronte ad un grave tradimento della nostra Carta fondamentale e dei Trattati e documenti internazionali che riconoscono e tutelano i diritti delle persone e dei richiedenti asilo. Crediamo che di fronte alle masse che lasciano la propria casa in cerca di diritti, di vita e di futuro la risposta dell’Occidente non possa essere la chiusura e il tradimento dei principi su cui si fondano le nostre democrazie. Il fenomeno migratorio non si fermerà di fronte al nostro egoismo. Anzi, rischierà di degenerare in uno scontro di civiltà, già abilmente fomentato da chi coltiva la guerra come forma di lucro e dominio sui popoli, a prezzo del sangue dei più deboli e innocenti.

Non possiamo, non dobbiamo essere pedine di questo gioco al massacro. Abbiamo un orizzonte diverso, che guarda al mondo come casa di tutti e alla globalizzazione dei diritti, come fine dell’azione politica internazionale di chi crede davvero nella democrazia e nell’universalità dei diritti fondamentali.

Tutti i Paesi più ricchi, a partire dall’Italia, devono garantire non solo l’accoglienza promessa delle Carte, ma impegnarsi in una strategia condivisa a livello sovranazionale che crei e garantisca ovunque le condizioni di eguaglianza e giustizia sociale la cui assenza è la vera e prima causa della grande migrazione in atto.

E anche sulla natura e le dimensioni di questo fenomeno la Sinistra ha, innanzi tutto, il dovere di dire la verità: le migrazioni sono processi fisiologici e costanti in un mondo globalizzato, diventano massicce quando le minacce alla vita delle persone diventano intollerabili, quando una parte del mondo vive in condizioni disumane, o non vive affatto, e una piccola parte di privilegiati vive con le risorse di tutti. Ecco: questo egoismo rischia di trasformarsi in un detonatore. Dobbiamo disinnescarlo. Anche perché sui migranti si sta costruendo l’ennesima menzogna mediatica, che devia l’attenzione dalle emergenze reali della politica, dalle cause reali dei nostri problemi. Insomma: prima si è provato a dire che era colpa della Costituzione. Sappiamo cone è finita, il 4 dicembre scorso. Ma ora i mali del Paese, le nostre vite precarie, il taglio orizzontale di diritti e futuro: tutto è colpa dei migranti! Fumo negli occhi di una politica che non sa cambiare e non vuole rimettere al centro le persone, ma spera di ‘neutralizzarle’ mettendo poveri contro poveri, disperati contro disperati. Non ci siamo cascati il 4 dicembre, non ci cascheremo adesso.

Anche perché la piccola parte di migranti che sbarca sulle nostre coste rappresenta solo l’1% del flusso migratorio globale. Fra questi, solo una piccola parte aspira a fermarsi in Italia: non sono un’invasione, né un’ondata oceanica. Non rappresentano affatto una minaccia, semmai una grande opportunità: umana, culturale e anche economica.

Il nostro Paese, in drammatica crisi demografica, ha bisogno di nuovi italiani. Le nostre antiche città aspettano nuovi cittadini. E la, perfino timid,a legge sullo “ius soli” in discussione in Parlamento è davvero il minimo che si possa fare per costruire questa nuova Italia. Ecco: stiamo lavorando a un progetto condiviso che permetta a questo Paese di risollevarsi e ripartire, in cui ci sia lavoro vero per tutti, non elemosine e precarietà per pochi. Chi non si ponga in questa prospettiva, chi non ambisca a creare le condizioni per un “Nuovo Inizio” democratico, sociale ed economico, non ha capito qual è il compito fondamentale della politica che vogliono gli italiani.

Ancora una volta: è di questi nodi cruciali che dobbiamo e vogliamo discutere, non della sterile alchimia di sigle e leader. Continuiamo a credere nella formula che abbiamo proposto al Brancaccio il 18 giugno scorso: ci vuole una sola lista a sinistra del Partito Democratico – un partito la cui involuzione a destra è apparsa, proprio sui temi dell’immigrazione, palese. Crediamo che anche la situazione della Sicilia confermi questa lettura: mentre il Pd guarda a destra, la sinistra cerca l’unità e la forza per proporre alternative radicali allo stato delle cose.

Si apre un autunno cruciale: proseguono le assemblee regionali, si moltiplicano quelle in città di ogni dimensioni, si preparano quelle tematiche fissate per il fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Il loro formato è quello che abbiamo sperimentato da giugno in poi: aperto a tutti (associazioni, partiti, singoli cittadini) e senza dirigenze, egemonie o portavoce autonominati. Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci.

Tutto questo è importante: ma è solo un mezzo, uno strumento per metterci in grado di dare il nostro contributo all’attuazione della Costituzione. Il primo traguardo da cui ripartire per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata e di cittadini liberi.

 

Anna Falcone, Tomaso Montanari