La moschea di Sesto, quella di Firenze e la miopia di Nardella

Tutti abbiamo avuto simpatia per il compagno svogliato che copiava i compiti in classe da uno più impegnato. Ma un conto è copiare, un conto chiedere all’insegnante di poter scrivere il proprio nome sul tema dell’amichetto: questo non si può fare. Fuor di metafora: Dario Nardella non può nemmeno provare a chiedere alla comunità islamica fiorentina, anzi alla città di Firenze, di accettare che la moschea di Firenze sia quella di Sesto.

Il movente è fin troppo chiaro, e non è affatto onorevole. Prima Matteo Renzi, e poi Nardella hanno remato contro la moschea in ogni modo: dimostrando una totale assenza di visione su ciò che potrebbe, anzi dovrebbe essere, la Firenze del futuro. E anche svelando una scarsa capacità di comprensione dei modelli che pure citano di frequente: a partire da quello di Giorgio La Pira. È chiaro che il sindaco ritiene la moschea non una grande occasione, ma un grande problema. E dunque – come nel caso di aeroporto, inceneritore, discarica – gli viene del tutto naturale pensare di farla nella Piana: il buco nero in cui infilare tutto ciò che serve a Firenze, ma che Firenze non vuole neanche vedere.

Ma stavolta non può funzionare. Il sindaco Lorenzo Falchi è riuscito a compiere un piccolo capolavoro: non solo fare la moschea di Sesto, ma farla in un terreno della Curia arcivescovile. Certo: il cardinale Betori ha venduto l’appezzamento alla comunità musulmana per un prezzo di mercato (settecentomila euro), il che non è esattamente quel che avevo in mente quando proposi che la Curia donasse agli islamici una chiesa sconsacrata e abbandonata. Ma pazienza: nonostante tutto, questo gesto un suo valore simbolico ce l’ha. La moschea nascerà, e con  essa nascerà una biblioteca aperta a tutti, e io spero anche ristoranti, bagni turchi, librerie e tutto quello che può permettere quell’incontro di culture che avviene in moltissimi centri islamici d’Europa. Ma perché questo esperimento funzioni, è necessario che i numeri siano sostenibili, e cioè che si tratti di un luogo frequentato dalla comunità islamica di Sesto, della Piana e semmai della zona contigua di Firenze, non da quella di tutta l’area fiorentina.

Dunque, in un mondo normale il sindaco di Firenze dovrebbe rilanciare la palla, ringraziare Sesto per il modello vincente, e replicarlo, e in grande, all’altro polo della città. E lo dovrebbe fare per la comunità musulmana, per la comunità civile tutta, per rispetto della tradizione altissima della nostra cultura.

Perché il punto è proprio questo: la moschea è anche nostra. Anche di noi cattolici, protestanti, atei, ebrei. Di noi cittadini. Quando diciamo che questa è ‘casa nostra’ (una orribile metafora purtroppo invalsa anche in quella che era la Sinistra) parliamo della casa in cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 della Costituzione). E sarebbe ben triste se Firenze pensasse che, per veder attuato tutto questo, si debba andare a Sesto.

Articolo uscito sulle pagine fiorentine di “Repubblica” il 16 dicembre.

 

Quel che ho detto alla Leopolda (del 2011)

Stasera, a Otto e mezzo, Matteo Renzi ha ricordato che anche io ho parlato ad una ‘Leopolda’. È vero, e l’ho raccontato anche io, in un mio libro del 2013 (Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, Roma, Minimum fax, 2013) da cui estraggo quanto segue:

«Per qualche tempo, dopo la sua elezione a sindaco di Firenze, è sembrato che Matteo Renzi potesse avere la forza di cambiare il destino della città. Alcuni ingenui hanno pensato che ‘rottamare’ lo stato presente delle cose potesse voler dire anche rompere con lo sciacallaggio del passato, e ricominciare a costruire un futuro diverso.

Io ero tra quegli ingenui: ed è per questo che, nonostante molti segnali negativi, ho accettato l’invito del sindaco a parlare alla Stazione Leopolda, nel novembre 2011.

Quella convention, quintessenzialmente post-politica (tra spezzoni di cartoni animati e di film anni ottanta), era pensata come una sorta di gigantesco brain-storming per il nuovo leader: ciascun oratore aveva cinque minuti per spiegare cosa avrebbe fatto se fosse stato presidente del Consiglio dei ministri. Di fronte a Giorgio Gori (l’ex direttore di Canale 5, allora guru di Renzi) che mi guardava perplesso in piedi in prima fila, io lessi le poche parole che seguono:

Se io fossi presidente del Consiglio, la prima cosa che farei sarebbe rivoluzionare il patto sociale degli italiani.

Oggi, infatti, accanto alla Costituzione (e contro di essa), c’è un accordo non scritto, ma ferreo, che permette a moltissimi italiani di non pagare le tasse. Il «Sole 24 ore» ha stimato questi soldi in 120 miliardi di euro per il 2011. Quando si dice che non ci sono soldi per la salute, la scuola, la magistratura, le forze dell’ordine, non si prende atto di una ineluttabile catastrofe naturale: non è un terremoto, o un’alluvione. No: è una scelta fatta a tavolino, è un tacito patto sociale. Preferiamo lasciare la ricchezza a pochi, e negarla al bilancio pubblico, cioè a tutti.

Con quei 120 miliardi di euro si potrebbero fare molte cose. Da storico dell’arte, io ne prenderei subito, diciamo, 5, per attuare l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione».

Unico paese al mondo, l’Italia ha messo l’arte tra i principi fondamentali della sua Costituzione. E perché l’ha fatto? Non perché sia bella, e non perché sia una leva dello sviluppo economico.

E invece sono state queste le risposte degli ultimi trent’anni. Al coro, elitario e un po’ snob, di chi esaltava la bellezza dell’arte fine a se stessa, ha risposto un ceto politico unito (da Veltroni a Bondi, ma spero non a Matteo Renzi) nel dire che il patrimonio era il petrolio d’Italia, e che dunque serviva a far soldi. Sono stati due tradimenti simmetrici dell’articolo 9: perché entrambi volevano in qualche modo privatizzare il patrimonio di tutti. I miei colleghi snob volevano che quel patrimonio fosse mantenuto da tutti, ma goduto solo da pochi eletti. I politici hanno dato in mano quel patrimonio a poche imprese private, che ci hanno fatto soldi, ma soldi per loro e non per il patrimonio. Il risultato di tutto ciò è una doppia catastrofe: il patrimonio cade letteralmente a pezzi (a Pompei, ma non solo: in quasi ogni centro storico italiano), e si è diffusa l’idea che l’arte sia un lusso per ricchi. Lo scrive il «Giornale» contro chi difende Sant’Ambrogio di Milano da un parcheggio interrato a cinque piani, ma lo dice anche la CGIL toscana a chi cerca di spiegare che si può costruire un capannone industriale senza distruggere un insediamento etrusco.

Ecco, con quei cinque miliardi io vorrei convincere gli italiani che l’arte non è un’industria, non è un luna park e non è il caviale: perché se così fosse la Costituzione non la difenderebbe.

Recuperare, restaurare, rendere accessibile e comunicare (cioè render comune) il patrimonio vuol dire attuare la Costituzione: restituire cioè ai cittadini la sovranità piena su un bene comune che è una parte fondamentale della loro identità. E non penso solo ai musei, che contengono la parte minoritaria e più sana del patrimonio: penso alle chiese, ai palazzi, ai castelli, alle piazze, all’immenso tessuto artistico e storico fuso con l’ambiente che fa dell’Italia un paese unico al mondo. Restituire agli italiani questo patrimonio non vuol dire dar loro un lusso superfluo, vuol dire attuare l’eguaglianza costituzionale e dare loro qualcosa per cui valga la pena vivere, e che sottragga almeno una parte della vita al dominio del denaro e del mercato.

Le maestre della scuola dell’infanzia lo hanno spiegato benissimo a mio figlio Filippo. Ogni animale ha una tana – gli hanno detto –, e anche gli uomini hanno una casa: anzi gli uomini sono i soli che ne hanno di due tipi. C’è la casa di ogni famiglia, o di ogni individuo. Ma poi c’è una casa di tutti. A Firenze, gli hanno spiegato, quella casa si chiama Palazzo Vecchio. È più grande e più bella di tutte le altre case e appartiene proprio a tutti: non importa se sono belli o brutti, poveri o ricchi, colti o ignoranti, maschi o femmine, deboli o forti. E non importa nemmeno se sono nati a Firenze.

Così, quando Filippo (che ha tre anni) passa per Piazza della Signoria, mi dice: «Babbo, Palazzo Vecchio è così bello perché è di tutti». E così, grazie alla scuola (che è una scuola pubblica) Filippo e i suoi compagni (metà dei quali non sono italiani) non imparano solo la lingua italiana fatta di parole: ma imparano anche che in Italia c’è un’altra lingua. Una lingua fatta di palazzi, chiese, quadri e statue che appartengono a tutti. E imparano che quella lingua non serve a divertire i ricchi, ma serve a farci tutti eguali.

E ogni volta che Filippo avrà la tentazione di dimenticarselo, basterà guardare la Torre di Arnolfo, e ricordare: se Palazzo Vecchio è di tutti, è proprio vero che siamo tutti eguali. Perché è a questo che serve la storia dell’arte, è a questo che serve il patrimonio artistico, bene comune.

Un grande fiorentino, Piero Calamandrei, ha scritto che la Costituzione italiana contiene una rivoluzione promessa. Ecco, se fossi presidente del consiglio attuerei davvero l’articolo nove: e quella rivoluzione inizierebbe a realizzarsi.

Fossi stato un poco più scettico, o un po’ meno vanitoso, avrei capito che non dovevo accettare quell’invito. Quel discorso produsse, sì, l’idea numero 63 (intitolata alla «Funzione civile del bello») di quella sorta di embrionale pre-programma di governo che uscì dalla Leopolda. Ma non produsse nient’altro. E, anzi, nelle settimane e nei mesi successivi esso venne contraddetto, sempre più macroscopicamente, dalle idee e dall’azione di Matteo Renzi».

Sinistra: la differenza tra l’unione del vecchio e la nascita del nuovo

 

In un’intervista al Venerdì di ieri Maurizio Landini ha detto la cosa fondamentale, sulla sinistra italiana: «il problema non è mettere insieme cose che già ci sono, ma innescare un nuovo processo».

Era l’idea del percorso del Brancaccio: un’alleanza tra i partiti (che ci vogliono, eccome: e anzi, che diventano un problema quando sono piccoli e deboli) e i cittadini. I cittadini attivi di Sinistra, impegnati in mille lotte particolari, per il territorio, l’ambiente, l’eguaglianza, ma ormai molto disillusi circa la rappresentanza politica, e spesso rassegnati all’astensione elettorale.

Non sorprendentemente, quel percorso alla fine si è arenato sul modo in cui tenere insieme partiti e cittadini non iscritti ai partiti. Perché i partiti non si fidano l’uno dell’altro: e tutti insieme temono che la partecipazione di cittadini non iscritti possa far perdere loro il controllo della assemblea che uscirà dal percorso. La grande assemblea nazionale che dovrebbe decidere davvero sulla leadership (già scelta dai partiti, sebbene scelta fuori dai partiti…), sul programma, sui cruciali criteri per la formazione delle liste, sui garanti e sui comitati etici.

Quella assemblea è già stata annunciata dai partiti per il 3 dicembre, senza tuttavia che fosse annunciato il percorso attraverso il quale sarebbe stata formata.

È per questo che Anna Falcone ed io non abbiamo potuto firmarne la convocazione: non sappiamo se quel percorso sarà davvero aperto, democratico, fuori dal controllo dei vertici dei partiti.

Oggi sui social sono iniziate a filtrare bozze di regolamento: non so dire se corrispondano all’ultima versione, che sarà annunciata dopo l’approvazione da parte dei singoli partiti. La bozza che ho letto prevede che in ogni assemblea provinciale, la presidenza (composta dai promotori, cioè dai tre partiti) proponga una lista bloccata, e che si voti senza preferenze. Curioso per forze che si oppongono con forza (e con quanta ragione!) al Rosatellum e al parlamento di nominati.

La domanda è: come si formano quelle liste bloccate e decise dai vertici? La risposta che sta su tutte le bocche (una risposta ovvia, peraltro) è che le liste delle presidenze saranno composte da designati dei tre partiti, secondo una proporzione stabilita a Roma. Vero, falso? Lo capiremo molto presto, vedendo quelle liste.

Nel frattempo, gli indizi si moltiplicano: per esempio, il coordinatore di Milano in Comune, che ha organizzato insieme ad altri le assemblee del Brancaccio a Milano, si è visto offrire prima il 20% e poi il 30% dei posti nella lista unitaria e bloccata della provincia di Milano. E lo ha scritto su facebook, dicendo – giustamente – che il Brancaccio non è una componente, ma un percorso (molto diverso da questo): e che dunque declinava la gentile offerta.

Lo stesso regolamento prevede che se per caso il 10% dei partecipanti ad una assemblea vuole fare un’altra lista, allora i nomi della seconda lista si aggiungono a quelli della prima e si vota a scrutinio segreto, finalmente potendo esprimere anche due preferenze a testa.

Una scelta che dice una cosa curiosa: che un tasso più elevato di democrazia è solo a richiesta. E soprattutto una scelta che nega il confronto, e la conta, tra due liste diverse.

E questo è per me l’ostacolo principale.

Perché se noi vogliamo riportare alla politica e al voto i cittadini di sinistra che si impegnano nelle mille lotte quotidiane, dobbiamo far sì che quei cittadini contino. Ma davvero. Cioè che possano davvero incidere sulle decisioni. Che le loro lotte trovino rappresentanza: anche quando sono lotte trascurate, o peggio avversate, dai partiti con cui si stanno alleando.

Questa contraddizione, assai frequente, non va nascosta, o taciuta. Va anzi affrontata, e risolta.

Faccio un esempio concreto. In Toscana Mdp è al governo della Regione, con il Pd. Sinistra Italiana, invece, è all’opposizione. I due partiti, che si avversano su tutto, ora si metteranno d’accordo, e nella lista unitaria delle presidenze delle assemblee toscane i loro candidati saranno fianco a fianco. Una contraddizione che la politica professionale ricompone (non senza fatica, ma credo giustamente), nell’interesse di un progetto nazionale unitario. Benissimo. Quel che non è però pensabile è che i cittadini dei comitati contro l’aeroporto e l’inceneritore di Firenze o contro la Tirrenica, finiscano in una stessa lista con Enrico Rossi (presidente della Toscana, Mdp), che ha voluto e difende quelle opere. Si può dir loro che si deve stare tutti insieme: ma non se impediamo di contare, sui territori, le forze rispettive. Dal mio punto di vista, questo confronto ‘costringerebbe’ da una parte la politica professionale alla difesa dell’interesse vero dei cittadini, e dall’altra costringerebbe i cittadini ad accettare i compromessi necessari a costruire una rappresentanza politica efficace. I compromessi necessari: però, e solo quelli. E la lista unica costruita per quote non lo è affatto.

Vorrei dire al mio amico Giovanni Paglia – un deputato che vorrei veder rieletto per altri cento mandati, per quanto bene lo ha fatto – che questo è tutto il contrario della «distinzione tra civici e partiti». Nell’esempio fiorentino, per dire, credo che il sindaco di Sesto Fiorentino, che lotta con i suoi concittadini contro le grandi opere che devastano il territorio, troverebbe naturale candidarsi (come me, del resto) nella lista contro le grandi opere: in una naturale alleanza, in una sanissima mescolanza, tra civici e partiti. Una mescolanza guidata dalle cose, dalle battaglie: e non dalle apparteneneze. Esattamente quello che impediscono le liste bloccate ‘della presidenza’.

In conclusione, e davvero senza alcuna polemica, non c’è assolutamente niente di male nell’unire ciò che esiste. Nulla di male in una alleanza tra partiti. Nulla di male nei partiti: senza i quali la Costituzione non funziona.

L’ho detto al Brancaccio e lo ridico: siamo tutti gratissimi ai partiti che svolgono bene il loro ruolo. E io in particolare sono gratissimo a Sinistra Italiana, al cui congresso fondativo ho partecipato, da ospite entusiasta.
Quel che non funziona è raccontare una cosa, e farne un’altra. Quella del 3 dicembre si annuncia come l’assemblea generativa di una lista di tre partiti. È una bellissima notizia, e molti di noi la voteranno. Ma non diciamo che è un’altra cosa: non c’è nulla di civico, nulla che vada oltre quella alleanza.

Io credo che sarebbe anche una gigantesca occasione perduta. Ma senza ripensamenti da parte di chi ha deciso da solo, finirà proprio così.

 

Un autunno cruciale per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata

L’articolo 10 della Costituzione prescrive che gli stranieri che non possono esercitare le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana» hanno diritto ad essere accolti nel nostro Paese, in quanto “persone” titolari, ai sensi del nostro art. 2 Cost., di diritti inviolabili a prescindere dalla loro nazionalità o Paese di provenienza. Non è un vaga, utopica aspirazione, ma il cuore del progetto della nostra Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (non solo dei cittadini italiani), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. È per questo che in Italia esiste un «diritto costituzionalmente garantito» all’asilo: non si può decidere se applicare o meno questa norma, dobbiamo chiederne noi l’attuazione, insieme a quella di tutti i principi che qualificano la nostra democrazia, e che ad oggi restano in gran parte inattuati.

Eppure, in queste drammatiche settimane estive, lo Stato italiano – attraverso il suo governo, e segnatamente il suo ministro dell’Interno – non solo non ha attuato questo principio fondamentale, ma ha decisivamente scoraggiato le organizzazioni non governative che soccorrevano in mare i migranti, e ha preso accordi con le autorità di Paesi in cui non sono garantite le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», affinché i loro cittadini e i migranti che ne attraversino i territori non possano fuggirne: cioè non possano aspirare, come noi tutti, a una vita libera e dignitosa.

Siamo di fronte ad un grave tradimento della nostra Carta fondamentale e dei Trattati e documenti internazionali che riconoscono e tutelano i diritti delle persone e dei richiedenti asilo. Crediamo che di fronte alle masse che lasciano la propria casa in cerca di diritti, di vita e di futuro la risposta dell’Occidente non possa essere la chiusura e il tradimento dei principi su cui si fondano le nostre democrazie. Il fenomeno migratorio non si fermerà di fronte al nostro egoismo. Anzi, rischierà di degenerare in uno scontro di civiltà, già abilmente fomentato da chi coltiva la guerra come forma di lucro e dominio sui popoli, a prezzo del sangue dei più deboli e innocenti.

Non possiamo, non dobbiamo essere pedine di questo gioco al massacro. Abbiamo un orizzonte diverso, che guarda al mondo come casa di tutti e alla globalizzazione dei diritti, come fine dell’azione politica internazionale di chi crede davvero nella democrazia e nell’universalità dei diritti fondamentali.

Tutti i Paesi più ricchi, a partire dall’Italia, devono garantire non solo l’accoglienza promessa delle Carte, ma impegnarsi in una strategia condivisa a livello sovranazionale che crei e garantisca ovunque le condizioni di eguaglianza e giustizia sociale la cui assenza è la vera e prima causa della grande migrazione in atto.

E anche sulla natura e le dimensioni di questo fenomeno la Sinistra ha, innanzi tutto, il dovere di dire la verità: le migrazioni sono processi fisiologici e costanti in un mondo globalizzato, diventano massicce quando le minacce alla vita delle persone diventano intollerabili, quando una parte del mondo vive in condizioni disumane, o non vive affatto, e una piccola parte di privilegiati vive con le risorse di tutti. Ecco: questo egoismo rischia di trasformarsi in un detonatore. Dobbiamo disinnescarlo. Anche perché sui migranti si sta costruendo l’ennesima menzogna mediatica, che devia l’attenzione dalle emergenze reali della politica, dalle cause reali dei nostri problemi. Insomma: prima si è provato a dire che era colpa della Costituzione. Sappiamo cone è finita, il 4 dicembre scorso. Ma ora i mali del Paese, le nostre vite precarie, il taglio orizzontale di diritti e futuro: tutto è colpa dei migranti! Fumo negli occhi di una politica che non sa cambiare e non vuole rimettere al centro le persone, ma spera di ‘neutralizzarle’ mettendo poveri contro poveri, disperati contro disperati. Non ci siamo cascati il 4 dicembre, non ci cascheremo adesso.

Anche perché la piccola parte di migranti che sbarca sulle nostre coste rappresenta solo l’1% del flusso migratorio globale. Fra questi, solo una piccola parte aspira a fermarsi in Italia: non sono un’invasione, né un’ondata oceanica. Non rappresentano affatto una minaccia, semmai una grande opportunità: umana, culturale e anche economica.

Il nostro Paese, in drammatica crisi demografica, ha bisogno di nuovi italiani. Le nostre antiche città aspettano nuovi cittadini. E la, perfino timid,a legge sullo “ius soli” in discussione in Parlamento è davvero il minimo che si possa fare per costruire questa nuova Italia. Ecco: stiamo lavorando a un progetto condiviso che permetta a questo Paese di risollevarsi e ripartire, in cui ci sia lavoro vero per tutti, non elemosine e precarietà per pochi. Chi non si ponga in questa prospettiva, chi non ambisca a creare le condizioni per un “Nuovo Inizio” democratico, sociale ed economico, non ha capito qual è il compito fondamentale della politica che vogliono gli italiani.

Ancora una volta: è di questi nodi cruciali che dobbiamo e vogliamo discutere, non della sterile alchimia di sigle e leader. Continuiamo a credere nella formula che abbiamo proposto al Brancaccio il 18 giugno scorso: ci vuole una sola lista a sinistra del Partito Democratico – un partito la cui involuzione a destra è apparsa, proprio sui temi dell’immigrazione, palese. Crediamo che anche la situazione della Sicilia confermi questa lettura: mentre il Pd guarda a destra, la sinistra cerca l’unità e la forza per proporre alternative radicali allo stato delle cose.

Si apre un autunno cruciale: proseguono le assemblee regionali, si moltiplicano quelle in città di ogni dimensioni, si preparano quelle tematiche fissate per il fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Il loro formato è quello che abbiamo sperimentato da giugno in poi: aperto a tutti (associazioni, partiti, singoli cittadini) e senza dirigenze, egemonie o portavoce autonominati. Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci.

Tutto questo è importante: ma è solo un mezzo, uno strumento per metterci in grado di dare il nostro contributo all’attuazione della Costituzione. Il primo traguardo da cui ripartire per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata e di cittadini liberi.

 

Anna Falcone, Tomaso Montanari

L’altra faccia dell’abusivismo: la legge urbanistica dell’Emilia Romagna

L’altra faccia dell’abusivismo speculativo che sfigura l’Italia è lo stravolgimento della legislazione del territorio, non di rado tesa a sanare preventivamente gli abusi, anzi a trasformare l’abuso in legge, sostituendo alla pianificazione pubblica l’iniziativa dei costruttori. È successo con la Legge Obiettivo e il Piano Casa di Silvio Berlusconi, e poi con lo Sblocca Italia di Matteo Renzi, in una continuità ideologica garantita dal fatto che tutti questi provvedimenti furono voluti e costruiti da Maurizio Lupi, mai pentito apostolo del cemento.

Ma ora, e la notizia è clamorosa, questa tendenza rischia di raggiungere l’apice in Emilia Romagna: cioè nella regione rossa che è stata la culla della migliore urbanistica italiana.

È quanto succederebbe se il Consiglio Regionale emiliano approvasse la Legge Urbanistica licenziata dalla Giunta Bonaccini. L’articolo cardine di questa legge è il 32, che al comma 4 stabilisce che il Piano Urbanistico Generale dei comuni emiliani «non può stabilire la capacità edificatoria, anche potenziale, delle aree del territorio urbanizzato né dettagliare gli altri parametri urbanistici ed edilizi degli interventi ammissibili». Tradotto vuol dire che i cittadini non potranno più decidere, attraverso i loro eletti come, dove, quanto cresceranno le loro città. È l’idea antitetica a quella del piano, cioè di una crescita sostenibile, governata ed equa.

Ma se non decide la comunità chi decide? Semplice: decide la speculazione.

Il futuro del territorio emiliano è affidato – denuncia un documento firmato dai migliori urbanisti italiani – «agli accordi operativi derivanti dalla negoziazione fra l’amministrazione comunale e gli operatori privati che hanno presentato al comune un’apposita proposta (art. 37, c. 3), da approvare in 60 giorni, tempo proibitivo per i comuni. E siffatti accordi “sostituiscono ogni piano urbanistico operativo e attuativo, comunque denominato”(art. 29, c. 1, lettera b). La conseguenza è un piano urbanistico comunale privo di contenuti dimensionali e localizzativi: non si sa quante saranno e dove saranno ubicate le nuove residenze, le attività produttive, le attrezzature e i servizi».

La stessa legge prevede che ogni comune emiliano possa continuare a consumare il suolo, nella misura del 3% del territorio urbanizzato. Per capire la gravità di questo dato bisogna ricordare (come fa l’Ispra: il nostro massimo istituto di ricerca sull’ambiente, un ente pubblico occupato dai ricercatori precari che il governo non riesce, incredibilmente, ad assumere) che dal 2012 ad oggi è come se in Italia si fosse costruita una città grande quanto Roma. Ora, non solo il 3% è assai lontano da quel consumo di suolo zero che l’Unione Europea fissa come obiettivo inderogabile per il 2050, ma soprattutto la legge contiene tali deroghe (assai vaghe: per opere d’interesse pubblico per le quali non sussistano «ragionevoli alternative»; per «ampliamenti di attività produttive»; per  «nuovi insediamenti produttivi d’interesse strategico regionale»; nonché gli interventi previsti dai piani urbanistici previgenti autorizzati entro tre anni dall’approvazione della nuova legge) da indurre a conteggiare che il consumo di territorio reale sfiorerà, in Emilia, il 10%.

Aggiungiamo che la legge prevede che si possano «individuare le parti del centro storico prive dei caratteri storico architettonici, culturali e testimoniali, nei quali sono ammessi interventi di riuso e rigenerazione, ai fini dell’eliminazione degli elementi incongrui e del miglioramento della qualità urbanistica ed edilizia dei tessuti urbani, ed è ammesso l’aumento delle volumetrie preesistenti». Una misura che segna la fine di quella dottrina, emilianissima, che vede nei centri storici organismi vivi e unitari, che non si possono distruggere selettivamente, magari per speculazioni che spingono, a seconda dei casi, verso una gentrificazione del lusso (la direzione di Venezia, e ora di Firenze) o verso la moltiplicazione di supermercati o fast food.

Al fondo, l’idea di questa legge è che il territorio non vada governato, ma affidato al mercato, cioè alla legge del più forte: un abusivismo di Stato. O di Regione.

Comparso l’8 agosto 2017 su “Repubblica”.

 

L’unità della sinistra per fare una politica di destra?

Ci sono due modi radicalmente diversi, anzi opposti, per lavorare alla famosa lista unica a sinistra del Pd.

Uno è quello di chi pensa che quella lista sia necessaria contro qualcosa: contro il rischio che governi la destra, nella fattispecie.

L’altro è quello di chi pensa che quella lista sia necessaria per fare qualcosa: per cambiare rotta alla direzione del Paese, indirizzandola verso l’eguaglianza, l’inclusione e la giustizia, nella fattispecie.

La domanda che si fanno milioni di italiani di sinistra che non sanno per chi votare, e che sono molto tentati dall’astensione, è: ma perché le due cose non possono stare insieme? Non si potrebbe fermare la destra facendo cose di sinistra?

Questa intervista di Andrea Orlando, ministro della Giustizia dei governi Renzi e Gentiloni, al «Manifesto» spiega perché questo uovo di Colombo sembra, al momento, introvabile.

Orlando dichiara che «chi si sottrae a una prospettiva unitaria dentro o fuori dal Pd si assume la responsabilità di portare la destra al governo».

Ma, nella stessa intervista, difende il decreto, da lui firmato insieme a Minniti, che consegna i migranti a una giustizia di serie b, violando platealmente la Costituzione. Afferma che non bisogna «smentire il Jobs Act», e che non si deve ripristinare l’articolo 18 (semmai «un 17 e mezzo»). E ancora che bisogna difendere un sistema elettorale maggioritario.

Ora, se per fermare le destre bisogna continuare a fare una politica di destra (quella appena descritta e difesa da Orlando) chi può pensare che quei milioni di cittadini vadano a votare? Io non lo farei.

Infine, Orlando racconta che Campo Progressista ha proposto al Pd di istituire un doppio tesseramento, a sancire evidentemente una totale condivisione di punti di vista. È stato il Pd a dire no: «La domanda che abbiamo fatto è cos’è Campo progressista, perché se è un soggetto alternativo al Pd non si può, noi siamo iscritti al Pd» «Vi hanno risposto? Chiede l’intervistatrice. Non ancora, risponde Orlando»

E, anche qua, un povero, potenziale elettore di sinistra si chiede: ma se Giuliano Pisapia è convinto dell’opportunità di fare la doppia tessera con il Pd, perché mai semplicemente non si iscrive a quel partito, magari contendendone la guida a Renzi, come ha provato a fare lo stesso Orlando?

Misteri di una politica in cui si scrive ‘unità della sinistra’, ma si legge ‘eterna battaglia intorno all’ombelico del Pd’. Una politica autoreferenziale, ossessivamente incapace di pensare alle cose reali.

Intanto il processo politico partito dal Brancaccio il 18 giugno va avanti: e riunisce migliaia di persone, in tutta Italia, che pensano che il decreto Minniti, il Jobs’act e il maggioritario siano proprio quelle politiche di destra che l’unità della sinistra deve servire a sconfiggere. Sarà una bella estate.

 

 

 

La religione del mio tempo

La montagna di merce griffata, contraffatta e sequestrata, allestita in Piazza della Signoria è certo la migliore di tutte le installazioni che vi hanno avuto luogo per volere di questa amministrazione. Perché non c’è niente di più efficace per rappresentare l’abisso morale della nostra società, oltre allo smarrimento di quello che un tempo era un partito di sinistra.

Proprio in quella piazza Girolamo Savonarola bruciava i libri e i quadri da lui giudicati osceni, o pagani. E lui stesso vi fece un’identica fine. È dunque perfetto che oggi in quel luogo si celebri il (simbolico) rogo di ciò che vìola l’unica nostra religione: il mercato. E, per Firenze, in particolare il mercato del lusso, l’ideologia del brand (il brand a cui è ridotta la nostra stessa città), la dipendenza collettiva dai bisogni indotti della moda, intesa come simbolo di distinzione per censo. “La religione del mio tempo” è una meravigliosa poesia in cui Pier Paolo Pasolini descrive il ferreo dominio del dogma del consumo: ed è questa la religione cui obbedisce l’inquisizione che ha esposto al pubblico ludibrio l’unico peccato senza remissione, l’eresia contro il brand.

Ammettiamo che sia giusto tornare ad usare le piazze come luoghi della gogna: siamo sicuri che non sarebbero altri i reati più meritevoli? Non l’abusivismo edilizio, l’inquinamento doloso, lo sfruttamento del lavoro nero, l’evasione fiscale, la corruzione politica? Davvero ciò che più di tutto minaccia la nostra società è la contraffazione di una borsa di Gucci, o di un paio di scarpe di Prada?

Personalmente non riesco a provare alcuno sdegno morale verso chi falsifica il supporto materiale di un falso bisogno. Se siamo così sciocchi, accalappiati e superficiali da pagare a caro prezzo la distinzione astratta di un marchio, come possiamo prendercela con chi ci punisce con le nostre stesse armi?

È un problema di legalità, dice il sindaco: dichiarandosi di sinistra. A me sono venute in mente le parole di don Ciotti, che ha un altro modo per essere di sinistra: «Oggi c’è molta legalità di facciata, che non ha alcun legame con la giustizia. C’è il rischio di fare della legalità un idolo, uno strumento non di giustizia ma di potere».

Il sindaco ha anche detto che riterrebbe giusto che un migrante sorpreso a vendere una borsa contraffatta si vedesse ritirare il permesso di soggiorno.

Immaginiamoci un ventenne senegalese che arriva in Italia su un barcone, e quindi si trova a vendere a un italiano una borsa prodotta in Italia che ne imita un’altra prodotta in Italia: senza riuscire a capire cosa ci spinge a spendere per l’originale di quella borsa una cifra con cui la sua famiglia vivrebbe per un anno o più, né a capire perché sempre noi ne facciamo una finta, e poi ancora noi ce la compriamo. E mentre non capisce niente di questo groviglio di bestialità, quel ragazzo si trova espulso dal magnifico Paese della moda, e riconsegnato ad un destino di miseria. Perché, si sa, le religioni esigono sacrifici: e la religione del mercato e del brand è di quelle a cui i sacrifici piacciono umani.

Uscito sulla cronaca fiorentina di “Repubblica”, 23 luglio 2017.

Una sinistra più grande

 

La domanda è: la manifestazione di Santi Apostoli ha resuscitato il desiderio di votare in  chi fa parte di una sinistra senza casa, in chi magari il 4 dicembre è andato ai seggi per dire No, ma non sa ora dove guardare? Per quel che vale, come membro di quella categoria rispondo di no.

Intendiamoci, in quella piazza romana c’erano tantissime brave persone: a partire da Pierluigi Bersani. Persone di sinistra: cioè intenzionate a cambiare lo stato delle cose, e a cambiarlo in direzione dell’eguaglianza, dell’inclusione e della giustizia sociale.

Ma i discorsi, il tono politico, il filo conduttore della manifestazione e soprattutto la reticente conclusione di Giuliano Pisapia sono apparsi autoreferenziali, chiusi: a tratti ombelicali. Rivolti al passato, e non al futuro.

L’analisi della realtà condivisa da coloro che hanno parlato è sembrata la seguente: ‘il problema della Sinistra, e del Paese, è Matteo Renzi’. Il fatto che quel nome non sia quasi stato pronunciato non ha fatto che aumentare la sua centralità, da fatale convitato di pietra: un gigantesco ‘rimosso’ che tornava fuori ad ogni frase. La versione dei fatti è stata grosso modo questa: ‘la stagione del centrosinistra è indiscutibile, l’Ulivo è ancora la stella polare. Poi è arrivato Renzi e tutto si è rovinato. Ma se riusciamo a neutralizzarlo possiamo tornare indietro, come se non ci fosse mai stato’. Ora, non sarò io a minimizzare la portata eversiva della presenza di Renzi nella sinistra, e in generale nella politica, italiana. Credo, anzi, di essere stato tra i primissimi a denunciarne l’estrema pericolosità. Ma oggi ­– mentre Renzi galoppa senza freni verso un definitivo suicidio politico, trascinandosi dietro il Partito Democratico – sarebbe irresponsabile non chiedersi come siamo arrivati a lui. Non possiamo raccontarci che è venuto fuori come un fungo, senza radici e senza ragioni. Non possiamo nasconderci che Renzi è il più grave sintomo di una malattia degenerativa della sinistra, ma non ne è la causa.

Dalla classe dirigente del centrosinistra, cioè da coloro le cui scelte politiche hanno generato un Renzi, ci si aspetta dunque un’analisi profonda, e profondamente autocritica. Tanto più se hanno votato fino a ieri tutte le leggi renziane, magari arrivando a votare sì anche alla disastrosa riforma costituzionale. Sia chiaro: non si pretende un’abiura, non si chiedono delle scuse, ma questa inquietante rimozione rischia di preludere ad una coazione a ripetere che non possiamo permetterci. Insomma, rifare oggi l’Ulivo per rimediare al fallimento dell’Ulivo non ha davvero alcun senso.

Per intendersi, con un singolo brutale esempio: se oggi il ministro degli Interni del governo Gentiloni (governo sostenuto dalla fiducia dei parlamentari che da settembre si riuniranno nel gruppo di Insieme) minaccia di chiudere i porti italiani in faccia ai migranti non lo si deve ad una mutazione genetica renziana, ma ad un processo di smontaggio dell’identità della classe dirigente di sinistra che parte ben prima di Renzi, e minaccia di continuare ben dopo di lui.

Sul piano della tattica politica, tutto questo si traduce nella formula esibita dal ministro Andrea Orlando, non per caso presente dietro il palco di Santi Apostoli: «questa piazza non è alternativa al Pd». E Massimo D’Alema ha chiarito, con la consueta intelligenza: «parleremo dell’alleanza di governo con il Pd solo dopo il voto». E dunque è ormai chiaro: questo centro sinistra che si autodefinisce ‘di governo’, per tornare al governo avrà bisogno del Pd. Di un Pd senza Renzi, o con Renzi nell’angolo: questa è la scommessa di Santi Apostoli.

Ammettiamo che il gioco riesca: un simile governo non sarebbe quello che è già il governo Gentiloni (Lotti e Boschi a parte)? In concreto cosa cambierebbe? Un tale governo di centrosinistra senza Renzi fermerebbe il Tav in Val di Susa e l’Autostrada Tirrenica, bloccherebbe le privatizzazioni e le alienazioni del demanio, cancellerebbe la scellerata riforma Franceschini dei Beni Culturali, abrogherebbe la Buona Scuola, farebbe davvero (e non solo studierebbe, come ha detto Pisapia) una seria tassa patrimoniale, attuerebbe una progressività fiscale e la gratuità del diritto allo studio, ricostruirebbe i diritti dei lavoratori? Niente, nei discorsi di Santi Apostoli, permette di predire una simile ‘inversione a u’ rispetto alle rotte degli ultimi vent’anni – e ho trovato francamente indegno il tentativo di Gad Lerner di arruolare Stefano Rodotà tra i sostenitori di un progetto così poco interessato al futuro.

 

Dunque non c’è ormai più speranza di costruire una sinistra unita, che sia davvero sinistra, e davvero unita? Io credo che, malgrado tutto, questa speranza ci sia ancora. Credo che ci debba essere. Perché sarebbe drammatico rassegnarci fin da ora a due percorsi paralleli e alternativi, anzi tra loro ostili: uno che guarda all’elettorato Pd, l’altro che guarda all’Italia dei sommersi e dei senza politica.

Ma c’è un solo modo di provare a tenere insieme queste due strade: aprire finalmente un confronto vero: sulle cose. E non sulla fuffa mediatica: leadership, alleanze, candidature.

In uno dei pochi passaggi davvero chiari del suo discorso, Giuliano Pisapia ha detto che è stato un errore sopprimere l’articolo 18: ebbene, partiamo da lì, e vediamo fin dove si può arrivare. È per questo che lo avevamo invitato a parlare al Brancaccio (dove non è voluto venire), è per questo che gli avevamo chiesto di parlare a Santi Apostoli (ricevendo un diniego). Pazienza, acqua passata: iniziamo da domani, proviamoci senza rancore.

Lo so: è evidente che il paternalismo compassionevole di Pisapia, o il genuino revival (e lo dico con grande rispetto, e simpatia) di Bersani non bastano a costruire una sinistra nuova. Ma possono invece essere una parte di una casa comune ben più grande e ambiziosa di quella presentata a Santi Apostoli

Sarebbe certo velleitario anche solo pensarlo se lì fosse nato un colosso autosufficiente. Ma guardiamoci in faccia: il soggetto politico nato il primo luglio (Insieme, o come si chiamerà), non viene accreditato, nei sondaggi, per più di un 3-4%.

D’altra parte, il percorso che è iniziato al Brancaccio ha già ottenuto la disponibilità di Sinistra Italiana (pesata più o meno per un 3%), di Rifondazione Comunista (circa all’1%), di Possibile (circa allo 0,6 %) e di molte altre forze. Non c’è dunque pericolo di alcuna egemonia prescritta: c’è invece la possibilità che queste formazioni camminino insieme.

Ma soprattutto c’è la vitale necessità che queste piccole forze immaginino se stesse come una parte di una cosa molto più grande. Che esse accettino, cioè, di costruire una vera alleanza con i cittadini: cioè con quelle forze civiche che ormai passano alla larga dalla politica e dalle urne. L’esempio di Padova ci dice che se questa alleanza funziona, si può superare il 20%: a patto di cambiare linguaggio, di uscire dall’autoreferenzialità di riti comprensibili solo ai notisti politici. Ci vuole una politica nuova: un linguaggio, un forza, un entusiasmo capaci di far ricircolare il sangue nelle vene di questa povera democrazia in declino: e per capire cosa intendo si può confrontare il discorso di Pisapia con quello pronunciato qualche giorno fa da Corbyn davanti ai giovani riuniti a Glastonbury.

Per questo Insieme deve accettare l’idea di partecipare ad un insieme più grande. E una simile lista civica nazionale di sinistra non può nascere ponendosi il problema del governo, o dell’alleanza con il centro (leggi Pd), ma cercando invece di costruire prima di tutto se stessa, strutturandosi intorno ad alcuni grandi principi fondamentali. Non è affatto difficile: ricevo molte mail da militanti di Articolo Uno che chiedono di partecipare alle assemblee che, sul solco del Brancaccio, si stanno autoconvocando in tutta Italia, ennesimo segno che la base è molto, ma molto, più unita delle varie dirigenze in campo.

In conclusione: se la forza battezzata in Piazza Santi Apostoli pensa se stessa come un punto di arrivo, è finita prima di cominciare.

Può essere invece davvero importante se pensa se stessa come il pezzo di un processo, di un percorso più grande e più largo.

Un percorso vero: senza un destino già scritto, senza leader autoconsacrati e alleanze stabilite a priori. Un processo che si snodi intorno alla costruzione partecipata di un progetto culturale, civile e politico la cui bussola siano eguaglianza, inclusione, partecipazione.

Proviamoci: è questione di umiltà, generosità, lungimiranza, coraggio. E il momento è ora.

 

 

 

 

Per Stefano Rodotà

Si serra la gola alla notizia che non ascolteremo più la voce ferma, affettuosa e ironica di Stefano Rodotà. E si sente che da oggi, senza quella voce, siamo ancora un po’ meno sovrani: un po’ più indifesi, più soli, più fragili.

Quando capitava di camminare per strada in sua compagnia, invariabilmente succedeva che un cittadino si avvicinasse per salutarlo chiamandolo ‘presidente’. E non si riferiva alle sue tantissime presidenze (per esempio a quella del Partito Democratico della Sinistra, in un’epoca politica che oggi sembra remotissima), ma al fatto che per molti, per molti di noi, Stefano Rodotà era il presidente morale della Repubblica. Non c’erano polemica, o faziosità in questo dolce legame sentimentale: c’era invece un profondo senso di gratitudine. Tutti ricordiamo quell’aprile di quattro anni fa, in cui il nome di Rodotà risuonò per 217 volte nell’aula di Montecitorio dove si eleggeva il Capo dello Stato. E ad ogni lettura l’immaginazione correva verso un’altra Italia: un’Italia più libera, più dignitosa, più solidale. L’Italia della Costituzione e del popolo sovrano.

L’Italia che tante volte è scesa in piazza per questa Costituzione e questa sovranità: e Libertà e Giustizia ricorda con profonda gratitudine, tra tante occasioni di incontro e lotta comune, la presenza di Stefano alla grande manifestazione romana dell’ottobre del 2013 per difendere la “via maestra” della Costituzione.

Il Rodotà politico era la naturale – ma quanto coraggiosa! – conseguenza dello studioso che non ha usato la sapienza del diritto per rendere più potenti i detentori del potere, ma per restituirne un po’ agli oppressi, agli ultimi. Se dovessi indicare il nucleo della sua altissima lezione direi che ci ha insegnato – sono parole sue – «l’irriducibilità del mondo al mercato». La più essenziale delle lezioni di cui ha bisogno il mondo di oggi.

Tra i beni comuni che è vitale sottrarre alla dittatura del mercato, Rodotà ne indicava uno modernissimo quanto essenziale: la rete. «In questo spazio – ha scritto – tutti e ciascuno acquistano la possibilità di prendere la parola, acquisire conoscenze, creare idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, discutere, partecipare alla vita pubblica, costruendo così una società diversa, nella quale ciascuno può rivendicare il suo diritto ad essere egualmente cittadino. Ma questo diviene più difficile, se non impossibile, se la conoscenza viene recintata, affidata alla pura logica del mercato, imprigionata da meccanismi di esclusione che ne disconoscono la vera natura e così mortificano una ascesa che ha fatto della conoscenza in rete il più evidente dei beni comuni». Tra i tanti diritti al cui studio e alla cui difesa Rodotà ha dedicato una lunga vita felice è forse proprio il diritto alla conoscenza quello che oggi appare il fondamento più essenziale, e insieme più fragile, della nostra democrazia.

Il modo migliore per ricordare questo nostro grande amico, per provare ad essergli grati, è continuare a lottare per costruire, con le sue parole e le sue idee, «una società diversa».

Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia

(uscito oggi sul Fatto Quotidiano)

Per una sinistra di popolo. La relazione d’apertura al Brancaccio

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
L’articolo 3 della Costituzione della Repubblica. Il cuore del progetto che uscì dall’antifascismo e dalla Resistenza.
Ecco il nostro punto di partenza. Ma è anche il nostro punto di arrivo: l’attuazione dell’eguaglianza sostanziale, l’inclusione, la persona umana come misura di tutte le cose.
Questa la bussola, questa la mèta. Questo il metro per costruire una vera coalizione civica di sinistra.

L’inclusione è una prospettiva rivoluzionaria, in una Italia in cui imputiamo ai migranti come una colpa, addirittura come un reato, l’essere nati altrove. Abbiamo ridotto ad un problema contabile – di quote e flussi – la questione centrale di questo tempo: una migrazione di massa che ci interpella senza sosta circa la qualità della nostra democrazia, circa la realtà della nostra Costituzione, e anzi circa la nostra stessa umanità. È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.

Partiamo dalla Costituzione perché – lo sappiamo tutti – non saremmo oggi qua senza la lunga battaglia culminata nella straordinaria vittoria del No, lo scorso 4 dicembre.
Ma bisogna essere molto chiari. Ci è stato spesso rimproverato che il No non fosse un progetto politico. E oggi ci si dice che non esiste un popolo del No. È vero. Hanno ragione: non esiste un popolo del No, esiste un popolo della Costituzione. Un popolo che sente proprio, e urgente, il progetto della Costituzione. E che ora vuole attuarlo.
Abbiamo capito che con quella riforma costituzionale non erano in gioco solo singoli articoli. Era revocato in dubbio un intero progetto. Erano messi in discussione i principi fondamentali della Carta.
Abbiamo detto no ad una oligarchia. Abbiamo detto no alla formalizzazione della oligarchia della finanza e delle banche. E abbiamo detto no perché volevamo dire un grande Sì: un Sì alla democrazia.
E la nostra idea di democrazia è quella che Michel Foucault leggeva in Aristotele: «La risposta di Aristotele (una risposta estremamente interessante, fondamentale, che entro certi limiti rischia forse di provocare un ribaltamento di tutto il pensiero politico greco): è che è il potere dei più poveri a caratterizzare la democrazia».
Ebbene, oggi è vero il contrario. Il potere è saldamente nelle mani dei più ricchi.
E, come ha scritto Tony Judt, «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione, e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. … Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a discapito di un altro».
Oggi tutto il sistema serve a perpetuare una radicale negazione della democrazia, bloccandoci in gated communities: gruppi divisi per censo e ben recintati, culturalmente, socialmente e materialmente. Gruppi dai quali è impossibile evadere.
Oggi si parla di una Sinistra rancorosa. Se ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d’accordo. Non sono d’accordo, invece, se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per questo stato delle cose. Una indignazione che è la molla fondamentale per ridiscutere i fondamentali di una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi.

Occorre rovesciare il tavolo della sinistra, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito.
Noi oggi siamo qua per fare nostro questo punto di vista. Il punto di vista di chi è caduto, di chi non si è mai alzato.
Quando è stato chiaro che ciò che pure si continua a chiamare ‘sinistra’ sarebbe stata sotto il controllo di una oligarchia senza alcuna legittimazione dal basso, e intimamente legata al sistema, abbiamo detto: ‘basta’. Se l’unica prospettiva della sinistra era tornare ad allearsi, in qualunque forma, al Pd di Matteo Renzi, ebbene noi non avremmo nemmeno votato.
Io ed Anna Falcone abbiamo deciso di invitarvi a venire qua oggi, quando l’ennesimo amico ci ha detto che alle prossime elezioni politiche non avrebbe votato. Quando noi stessi ci siamo confessati un identico stato d’animo.
Milioni di persone – tra cui moltissimi giovani – che il 4 dicembre erano andati ai seggi per dire no a quel progetto di oligarchia, ora non vedono niente a cui dire sì con un voto. Nessun progetto di giustizia ed eguaglianza. Solo giochi di potere: autoreferenziali, incomprensibili. Senza futuro: morti.
E «lasciate che i morti seppelliscano i morti», dice il Vangelo.
Tutti questi giochi sono basati su un assunto, un dogma, una certezza: che ormai in Italia voti solo il 50% dei cittadini. E sulla cinica consapevolezza che quel 50% che vota è la metà più garantita, più protetta. Quella che ha qualcosa da perdere. E che, invece, nel 50% che non vota ci sono i sommersi. I disperati. I disillusi. Gli scartati, di cui nessuno si cura.
Ebbene, l’idea che ci ha condotti oggi qua è molto semplice: costruire una grande coalizione civica nazionale e di sinistra capace di portare in Parlamento questa metà di Italia.
Con il suo dolore, le sue ferite, le ingiustizie patite. Ma anche con il suo progetto, la sua voglia di riscatto, la sua fame di futuro. La sua fantasia.
Abbiamo difeso con i denti una Repubblica parlamentare. Abbiamo rigettato il disegno di uno strapotere del potere esecutivo.
Ebbene, siamo coerenti: è il Parlamento il centro della vita democratica.
Una delle ragioni della decadenza della nostra democrazia è l’umiliazione perpetua del Parlamento, cristallizzata in sistemi elettorali che l’hanno consegnato alla cieca fedeltà a pochi capi.
E allora: è venuto il momento di lavorare sulla rappresentanza, non sul feticcio della governabilità.
In questi giorni siamo stati rimproverati perché non pensiamo ad una sinistra di governo. Vorrei rispondere con chiarezza e con forza.
In questi ultimi vent’anni la sinistra italiana ha scambiato i fini con i mezzi: il governo è diventato un fine, e ci siamo dimenticati a cosa serviva, governare.
E invece il governo è un mezzo, è uno strumento, per attuare un progetto: e noi oggi vogliamo lavorare al progetto, portando in Parlamento l’energia, la sofferenza, la visione di questo Paese.
È questo l’unico voto veramente utile: quello che costruisce rappresentanza democratica, portando in Parlamento l’altra metà dell’Italia. Un grande progetto di inclusione e di attuazione della sovranità.
Sia chiaro. Sappiamo bene che è nelle città che si gioca la partita più carica di futuro.
La distruzione delle economie dei comuni, la verticalizzazione elettorale delle figure dei sindaci, l’alienazione dello spazio pubblico, il massacro dei tessuti urbani hanno fatto delle cento città italiane altrettante fabbriche della diseguaglianza e della infelicità.
Ma dove è il pericolo, là si trova anche il rimedio: ed è da quelle stesse città che sono partite mille esperienze di rinnovamento: molte delle quali oggi sono rappresentate tra noi. Si tratta di esperienze cruciali, la vera novità della scena politica italiana. Penso – per esempio – all’esperienza delle coalizioni civiche di sinistra di Padova e di Catanzaro. Quel che conta in questi esempi è la qualità di una partecipazione intensa e lucida, che ha tenuto insieme partiti, associazioni e cittadini. Tanti cittadini: cittadini che avevano da anni rinunciato alla politica. Ecco il punto: riunire, federare, far dialogare, mettere insieme, cucire tutte queste esperienze di partecipazione civica, facendole sfociare in Parlamento, centro della comunità civile italiana.
Basta guardare a queste esperienze sparse per tutta Italia per comprendere che siamo di fronte ad una rottura con la formula del centro-sinistra. Ma non è questione di sigle, né tantomeno si tratta di escludere un’area politica. È questione di storia, di fatti.
È ai governi di centro sinistra che dobbiamo lo smontaggio sistematico del progetto della Costituzione. La prima riforma costituzionale votata dalla sola maggioranza parlamentare è stata la riforma del Titolo V della Costituzione sul finire della prima legislatura dell’Ulivo. È stato un governo di centro sinistra a decidere una guerra illegittima sia per la Carta dell’Onu, sia per la nostra Costituzione. L’approccio restrittivo all’immigrazione è stato introdotto dalla legge Turco-Napolitano. L’avvio della precarizzazione dei rapporti di lavoro la dobbiamo alla riforma Treu. L’abbandono del ruolo dello Stato nell’economia (e dunque nella vita dei cittadini) è avvenuto in forza delle privatizzazioni incontrollate e delle spesso altrettanto incontrollate liberalizzazioni volute da governi di centro sinistra. La mancanza di una seria legge contro la concentrazione dei mezzi di informazione è frutto di scelte compiute durante la prima legislatura dell’Ulivo. Il colpo finale alla progressività fiscale è venuto dalla stessa area politica. La “federalizzazione” dei diritti, che oggi ne impedisce l’uguale attuazione su tutto il territorio nazionale (pensiamo alla sanità!), è iniziata con le riforme di Franco Bassanini. L’infinita stagione della distruzione della scuola e della aziendalizzazione dell’università porta anche la firma di Luigi Berlinguer. E l’espianto di fatto dell’articolo 9 della Costituzione – quello che protegge ambiente e patrimonio culturale – non lo si deve a Lunardi o a Bondi, ma ai governi Renzi e Gentiloni, con lo Sblocca Italia e la riforma Franceschini.
Infine, il completo abbandono del Mezzogiorno d’Italia a se stesso: una delle macro-diseguaglianze più atroci e insopportabili. Un abbandono sancito dalla cinica alleanza tra il Pd e il peggio dei governi regionali del Sud: basti pensare allo scandalo della Campania.
Quando noi diciamo che è finita la stagione del centro sinistra, diciamo che bisogna rompere con tutto questo: bisogna rompere con una sinistra alla Tony Blair, che fa il lavoro della destra. Con un Renzi indistiguibile da Berlusconi.
Bisogna finirla con un centro sinistra che ha sostanzialmente privatizzato il rapporto tra il cittadino e i suoi diritti, sterilizzando e di fatto abrogando i principi fondamentali della Costituzione. Come ha scritto Luciano Gallino, la «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, … [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra». Gallino ha spiegato che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – fatta propria in Italia dal centro sinistra dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio».
Alcune personalità politiche che hanno contribuito a questo smontaggio dello Stato oggi non stanno con il Partito Democratico di Matteo Renzi (erede naturale di quelle politiche), ma dicono di voler partecipare ad un processo unitario a sinistra. «Ci siamo dimenticati dell’uguaglianza», ammette Romano Prodi nel suo ultimo libro: chi la pensa così, è benvenuto. Non c’è alcun bando, alcuna proscrizione, alcuna esclusione.
Ma deve essere chiaro che la rotta è invertita. Che la rotta è diametralmente opposta a tutto questo.
Non chiediamo un’abiura rispetto al passato (e come potremmo? a che titolo?): ma dev’essere chiaro che qua vogliamo costruire un futuro diverso.
Lo stesso vale, sia chiaro, per le posizioni espresse al referendum del 4 dicembre. Nessuno è bandito perché ha votato sì. Ma nel momento in cui il Pd e Forza Italia annunciano che nella prossima legislatura riproveranno a manomettere la Costituzione, bisogna che ci sia un impegno esplicito e non derogabile: chi sta da questa parte la Costituzione vuole attuarla, non rottamarla.
È il futuro che ci sta a cuore: non la resa dei conti con il passato.
E, allora, cosa vogliamo per il futuro? Provo a dire tre cose concrete, che indicano la direzione.
Vogliamo applicare l’articolo 53 della Costituzione, quello che impone la progressività fiscale: sia per i redditi, che per i patrimoni.
Negli ultimi decenni sono state aumentate le tasse ai poveri per poterle diminuire ai ricchi. Occorre invertire la tendenza. Le tasse vanno ridotte a chi ne paga troppe: ai redditi bassi e ai redditi medi; vanno aumentate a chi ne paga poche: ai redditi alti e altissimi. Solo allora una lotta senza quartiere all’evasione fiscale potrà avere successo. Ci vuole una seria imposizione patrimoniale. E occorre ripristinare una seria imposta di successione. Perché una seria progressività fiscale realizza due obiettivi: consente di raccogliere le risorse necessarie a sostenere e incrementare lo stato sociale e opera una redistribuzione della ricchezza.
Come ben sappiamo, la Costituzione è fondata sul lavoro, nel senso che indica una precisa prospettiva di trasformazione della società. È la rivoluzione promessa di cui parlava Piero Calamandrei. Ed è per questo che la disoccupazione sfigura le vite delle persone e contemporaneamente mina la tenuta della democrazia. Per questo la Costituzione non sarà attuata finché non ci sarà parità di retribuzione tra uomini e donne.
Solo ieri siamo scesi in piazza, con la CGIL, per denunciare il vero e proprio inganno costituzionale compiuto dal governo Gentiloni sui voucher: un atto grave nel merito, e ancor più grave perché aggirando e contraddicendo un referendum già convocato distrugge, dall’alto e dall’interno delle istituzioni, quel rispetto della legalità costituzionale che è il presupposto minimo per il funzionamento della nostra democrazia.
La Costituzione costruisce i rapporti economici su un equilibrio tra capitale e lavoro. Ma oggi il capitale spadroneggia sul lavoro. Lo Stato per primo abusa del precariato (nella scuola, negli ospedali, nelle biblioteche, nei musei). Bisogna tornare a un rapporto più equilibrato. La prima cosa da fare è reintrodurre una disciplina il più possibile unitaria dei rapporti di lavoro: bisogna tornare a un contratto, tendenzialmente unico, a tempo indeterminato. A tutele uguali per tutti.
E poi l’ambiente: come ha detto con forza Barack Obama, siamo probabilmente l’ultima generazione che può ancora fermare l’autodistruzione del genere umano.
L’Italia non l’ha capito. La media del nostro consumo di suolo è del 7% annuo, contro il 4,1 medio dell’Unione Europea. Matteo Renzi e Maurizio Lupi, con lo Sblocca Italia, hanno slegato le mani ai signori del cemento e delle grandi opere (dal Tav in Val di Susa al fantasma ricorrente del Ponte sullo Stretto), con un’idea di sviluppo distruttiva e tremendamente vecchia.
Invece, l’unica vera opzione è UGO: l’Unica Grande Opera utile, e cioè il risanamento del territorio italiano. La prevenzione antisismica, la cura idrogeologica, la conservazione programmata del patrimonio culturale, che con il territorio è indissolubilmente fuso.
Una vera spending review dei conti pubblici, ma orientata sui valori fondamentali della Costituzione (e dunque in primis rivolta a comprimere una sempre crescente spesa militare), è la premessa necessaria per finanziare questa immensa opera: capace di dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, e di farci risparmiare i miliardi che buttiamo per riparare alle continue catastrofi ambientali in gran parte provocate da noi stessi.
È venuto il momento di ricostruire lo Stato, e il suo ruolo.
Uno stato capace di fare l’interesse di tutti. Bisogna mettere fine “al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere”: sono parole di Enrico Berlinguer, pronunciate nel 1974.
Oggi l’interesse pubblico – anzi direi la possibile felicità pubblica – parte dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura. Uno dei tratti più torvi del potere berlusconiano e renziano è stato, ed è, il disprezzo per la conoscenza, e il connesso travisamento del ruolo della scuola.
La scuola ha un unico compito: formare il cittadino sovrano di domani, e creare uguaglianza. Non produrre clienti, consumatori o schiavi. E ogni bambino perduto è un cittadino perduto. L’ultima rilevazione dell’Istat dà la dispersione scolastica al 14,7%, con picchi del 24% in Sicilia o in Sardegna. La media europea è dell’11%, l’obiettivo per il 2020 è del 10%. Di fatto oggi in Europa percentuali più alte ci sono solo in Spagna e Portogallo, Malta e Romania.
Nell’Italia di oggi l’analfabetismo funzionale (cioè la condizione di chi avendo letto un testo, non è in grado di riferirne correttamente i contenuti) è al 47%.
La Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca»: il progetto è quello di una redistribuzione di massa di una conoscenza continuamente rinnovata dalla ricerca, l’obiettivo è formare un cittadino consapevole, attivo, critico. Una società critica, una società del dissenso non è un ostacolo allo sviluppo: è una condizione essenziale per la democrazia.
Ma le politiche degli ultimi decenni, con un’accelerazione finale, sono andate in direzione diametralmente opposta. La cosiddetta cultura, e con essa il patrimonio culturale e la ‘buona’ scuola: tutto è stato messo al servizio di una generale de-intellettualizzazione del Paese, al servizio di un assopimento collettivo della coscienza critica, al servizio di una nostra radicale metamorfosi da cittadini in clienti, consumatori, spettatori. Invertire la rotta è la prima condizione per cambiare lo stato delle cose: anzi per immaginare che cambiarlo sia possibile.
Sappiamo bene che perché lo Stato italiano provi ad attuare il progetto della sua Costituzione bisogna ridiscutere i fondamenti dell’Unione Europea.
Non c’è dubbio che gli obiettivi dei trattati europei divergano in modo anche radicale da quelli che la nostra Costituzione ci impone. Questo oggettivo scontro finora ha piegato la Costituzione: fino al punto da farci inserire il pareggio di bilancio nell’articolo 81. Ebbene, anche su questo è ora di invertire la rotta. L’Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l’articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell’Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea. È questo l’unico europeismo che può darci ancora Europa e, domani, più Europa. Perché, sia chiaro, l’Italia non ha futuro fuori dall’Unione Europea. Ma questa Unione Europea va cambiata dalle fondamenta.

È su tutto questo, e su molto altro ancora, che dobbiamo e vogliamo discutere insieme, da oggi in poi. Ed è importante, anzi decisivo, decidere come farlo.

Se le idee, i nodi, le prospettive che oggi proveremo a delineare vi sembreranno quelli essenziali, vitali, da domani può partire un vero processo costituente, dal basso.
Non c’è nulla di stabilito, di deciso. Non un nome (alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza è solo una didascalia esplicativa di un progetto), non un programma, non una leadership, non candidature. Ciò che vorremmo è un’alleanza capace di portare in Parlamento la parte sommersa di questo Paese. Un’alleanza tra cittadini, associazioni, comitati e partiti.

Su questo punto bisogna essere chiari. Un vento impetuoso soffia oggi in Italia contro l’idea stessa di partito. Noi non siamo d’accordo. Non crediamo alla favola che oppone una società buona ai partiti cattivi. Sentiamo invece il dovere di distinguere: tra partito e partito, e nella società stessa.
Sappiamo quanto i partiti in sé siano cruciali nel funzionamento del sistema disegnato dalla nostra Costituzione.
Pensiamo che il Partito Democratico di Renzi sia ormai un pezzo della destra. Perché fa politiche di destra: e di destra non sempre moderata. Lo diciamo con grande dolore, e con profondo rispetto per una gran parte dei suoi militanti. Ma dovremmo collocare un partito che lavora per aumentare la disegugaglianza (si pensi al Job’s act)?
Lo diciamo una volta per tutte: chi partecipa a questo processo costituente di una nuova sinistra partecipa alla costruzione di una forza radicalmente alternativa al PD.
Pensiamo che il Movimento 5 Stelle sia prigioniero di un’oligarchia imperscrutabile. E vediamo che nella sua agenda – sempre più spostata a destra, con tratti preoccupanti di xenofobia e intolleranza – non c’è posto per la parola eguaglianza.

Ma vediamo anche che ci sono partiti diversi. Possibile e Sinistra Italiana hanno subito risposto a questo appello. La loro adesione non ci ha sorpreso: eravamo stati accanto in mille battaglie, non da ultimo in quella per il No.
E hanno risposto anche Rifondazione Comunista, e tante esperienze politiche di partecipazione, tra cui per esempio Dema, l’Altra europa per Tsipras e molte altre.

Naturalmente se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile.
C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo dico con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la «più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia».

Altri partiti non hanno ancora deciso se partecipare. Articolo 1-Movimento Democratico Progressista ci ha chiesto di parlare: ascolteremo tra poco, e con grande attenzione, il senatore Miguel Gotor.
Abbiamo invitato Giuliano Pisapia, e il suo Campo progressista: la risposta è stata che «non ci sono le condizioni». Non ci pare un buon inizio. Ma è una risposta che aiuta a spiegare perché oggi siamo qua: perché temiamo che nessun’altro voglia parlare alla metà del Paese che non vota.
Il nostro obiettivo finale rimane una sola lista a sinistra: e aspettiamo, il primo luglio, una risposta chiara. Una risposta sulle cose, non sulle formule.

In questi giorni, le migliaia di persone che hanno aderito a questo invito hanno espresso due sentimenti contraddittori: entusiasmo e paura. L’entusiasmo di chi diceva: «Sono felice di poter tornare a votare!». La paura di chi teme che anche questo tentativo fallisca, come tutti quelli – generosi e coraggiosi – che l’hanno preceduto. Non li elenco: tutti li conoscete, molti di voi ne portano ancora le cicatrici.
C’è chi teme che questo mondo sia troppo magmatico per unirsi anche solo in una lista. C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Entrambi questi rischi esistono. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo.
Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’, come direbbe Salvatore Settis.
Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire.

Qualcosa ci assicura che anche questa volta non finirà male? No, niente ce l’assicura: se non il nostro impegno.
In una politica che si fonda sull’esibizione della forza, sull’arroganza e sul marketing del nulla noi diciamo al Paese: siamo poveri, siamo piccoli, siamo a mani nude, siamo pieni di limiti e avviati su un sentiero irto di ostacoli.
Ma vogliamo mettere insieme tutte queste nostre debolezze: perché sappiamo che Davide può rovesciare Golia. Anche questo abbiamo imparato, il 4 dicembre.
In una sinistra gremita da leaders senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca un leader, ma partecipazione e condivisione.
Sappiamo, sentiamo che ci dobbiamo provare: che non possiamo rassegnarci all’astensione. Che rimarrebbe, dopo un fallimento, l’unica possibilità.
Ma non vogliamo rassegnarci ad una passione politica che escluda a priori il tema della rappresentanza parlamentare. Se vogliamo che il mondo cambi, dobbiamo portare in Parlamento chi vuole cambiare il mondo.

Da oggi dobbiamo costruire luoghi per decidere. Questo mare di idee, sofferenze, speranze, conoscenze deve sapersi organizzare. Deve saper decidere, dal basso e in modo trasparente: scegliendo un programma chiaro e forte, in dieci punti.
In pratica, dobbiamo da domani avviare un percorso sul territorio, con assemblee che consentano il censimento e la raccolta delle energie disponibili e una sorta di carovana che attraversi l’Italia definendo i nodi del programma.
Chi sottoscrive questo progetto dovrà riunirsi in assemblee territoriali capaci di eleggere una assemblea nazionale che definisca progetto, nome, simbolo e struttura organizzativa di questa coalizione. E un regolamento e dei criteri per far emergere le candidature.
Io credo che queste ultime andranno scelte non al centro, ma collegio per collegio, circoscrizione per circoscrizione. Non con la truffa delle primarie aperte a chi passa, né con manovre occulte di centri organizzati di potere: ma in modo partecipato e veramente democratico.
Dobbiamo decidere con un processo in cui ogni cittadino conti a prescindere dalle tessere che ha o non ha in tasca. Un percorso che dovrebbe portare – lo ripeto – ad una grande lista civica nazionale, di sinistra e per l’attuazione della Costituzione.

Se vogliamo che un processo come questo giunga in porto, ci sarà bisogno di una partecipazione più larga, e anche di una partecipazione nuova, di un altro modo di fare politica. Non basato sul leaderismo, ma sulla comunità.
È per questo che io, personalmente, non mi candiderò a nulla. E mi auguro che saremo in tanti, ad impegnarci fino in fondo, ma senza candidarci.
È infatti vitale che esista una cerchia di cittadini attivi e partecipanti, ma capaci di tenere alto il senso critico. Prendendo parte, anche appassionatamente, ma senza smorzare la critica.

Lo dico oggi per bloccare sul nascere un prevedibile tormentone. Ieri la Stampa ha, per esempio, scritto che «Tomaso Montanari e Anna Falcone … si candidano a diventare la faccia fresca e “presentabile” della sinistra radicale, quella che dalla sconfitta della Sinistra Arcobaleno del 2008, ha cambiato più volte sigle ma non le percentuali elettorali, sempre ferme al 3 per cento».
Ecco, è esattamente il contrario. Non solo perché le nostre facce non rappresentano e non contano nulla. Ma perché questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ sarò il primo a dire che il tentativo è fallito.
Riuscirà se ci sarà una travolgente azione popolare. Così travolgente da non aver bisogno né di narrazione né dell’attenzione dei giornali: perché sarà un realtà. E così plurale da avere tanti volti da rendere impossibile isolarne alcuni.

Se oggi siamo qua è perché crediamo che questa azione popolare possa prendere vita: perché è l’unico mezzo per uscire da questo gorgo di infelicità. Perché – lo ha detto don Lorenzo Milani – «sortirne da soli è avarizia, sortirne tutti insieme è politica».
Un amico, militante del Movimento 5 Stelle, mi ha sorpreso in questi giorni, scrivendomi: «Una volta – molto tempo fa – chiesero a Vittorio Foa cosa desiderasse per Natale: la risposta fu” una destra democratica”. A noi grillini non farebbe schifo una sinistra fedele ai suoi ideali e alla Costituzione, tanto per cambiare…».
Una sinistra fedele ai suoi ideali, e alla Costituzione: ecco, è proprio quella che da oggi vogliamo provare a costruire.
Tutti insieme.